(dalla pagina Facebook del Marrelli Hospital)

Sua Santità,

Le scrivo con il desiderio di trasformare la mia piccolissima esperienza in una grande fonte di speranza per chiunque possa averne bisogno.

Mi chiamo Davide Carrabetta e ho 21 anni. Vivo in una splendida città che volge il capo verso le limpide acque del mar Ionio, il suo nome è Crotone.

Ho sempre vissuto nella tranquillità della famiglia e degli amici e fino a poco tempo fa le mie giornate erano scandite dai rintocchi della campanella del liceo e dal grande scrosciare di gente che di solito si avverte nelle università. Non mi sono mai fatto mancare nulla, dall’affetto dei cari alle mitiche nottate estive con gli amici, ma da un giorno all’altro, Dio mi scelse per una prova simile ad una delle grandi peripezie di Ulisse: il 25 luglio del 2014, un carcinoma del Pancreas (precisamente adenocarcinoma della papilla di Vater) invase il mio corpo.

Una prova senza eguali: un rincorrere di medici, specialisti, professori che in continuo mi sottoposero alle più inverosimili indagini strumentali quali TAC, PET, COLANGIO RMN, ERCP. Tanti sono gli acronimi che ho ripetuto copiosamente per mesi e tanti sono i macchinari che hanno letto e riletto le mie membra come se fossi un semplice libro da studiare, “spaginare” con attenzione. L’excursus delle mie vicende appare ancora più saliente e a tratti quasi tragico, fino a sentire a volte l’alito della morte soffiarmi sul collo: il 25 agosto ricorda la data del primo intervento nel quale una favolosa equipe di medici in Humanitas a Milano asporta completamente il tumore tramite un intervento chirurgico dal nome pomposo: DUODENOCEFALOPANCREASECTOMIA.

Quelle dodici ore di intervento passarono come secondi grazie all’anestesia e alle precauzioni mediche adeguate, ma il peggio venne dopo.

Pensavo di essermi ripreso e cominciavo a passeggiare nel lungo corridoio dell’ospedale. La sera pensavo agli amici, ai miei parenti, alla mia città e al fatto che dovevo tornare assolutamente a casa perché mi mancava tutto, mi mancava vivere. Ogni tanto mio fratello inviava qualche foto di Pluto e di Filippo, il cane e il gatto che salvai dalla strada anni addietro. Avevo il desiderio di abbracciarli ma ancora non potevo. La sera dell’1 settembre un fiume di sangue esplose dai drenaggi del mio addome e io, in preda al panico, pensai al peggio. All’1 di notte i miei genitori vennero avvertiti del fatto che a breve mi avrebbero portato in sala operatoria per una laparotomia esplorativa: non capivano cosa fosse successo.

Alle 7 del mattino del giorno dopo mi svegliai in Terapia intensiva. Il sole colpiva il mio viso e ai piedi del letto osservai i volti sorridenti e commossi di mamma e papà. Dopo poco tempo i medici entrarono in stanza e mi aggiornarono sullo stato di salute: il pancreas e la milza vennero completamente asportati.

Ricominciò tutto da zero: la riabilitazione, le lunghe camminate, la nostalgia del mio piccolo mondo. Un grande senso d’angoscia prese lentamente il posto della tenacia che solitamente vantavo ma piano piano i giorni ripresero a scorrere. Ci avvicinammo presto ai 30 giorni di degenza e cominciai ad assaporare e a conoscere le cose più piccole, cose che nel solito scorrere della vita non avrei mai preso in considerazione come bere l’acqua senza il sondino, mangiare, ascoltare la voce dei miei genitori o dei miei parenti, o pensare ai tanti difetti della mia vita giù a Crotone e desiderare di riviverli tutti, uno per uno. La mia piccola città si trasformò presto in una Itaca, una meta quasi irraggiungibile.

La normalità si riavvicinava, cominciavo a dosare autonomamente l’insulina e le altre medicine ma una mattina come tante altre il rosso vivo del sangue si ripresentò sui vestiti, poi sulle gambe, poi sul pavimento. Lentamente come una grande avanzata militare, il fluido rosso invase il circondario: una nuova emorragia mandò nel panico la mia famiglia e la mia stanza d’ospedale si trasformò in un accampamento. Medici e infermieri entravano e uscivano insistentemente finché non arrivò il medico che mi aveva operato qualche settimana fa e segnalò ai collaboratori di prepararmi per la sala operatoria. Inutile descrivere l’angoscia e il terrore perché oramai la rassegnazione si presentava prepotentemente davanti i miei occhi e io, mi lasciai andare.

Dopo un intervento di laparotomia esplorativa ricomincio il calvario di sempre. La mia vita si trasformò in un tunnel senza via di fuga e oramai pensavo di non avere più alcuna possibilità.

Il piccolo miracolo si consumò in questo periodo di rassegnazione. Accettai la mia malattia e cominciai a pregare per porre fine a questo calvario. Non credevo giusto che a 21 anni, nel pieno della mia gioventù, stavo subendo e assorbendo tanto dolore. Una mattina, una dama di Lourdes si presentò ai miei occhi. Sorrideva costantemente ma io non trovavo nulla di così sereno e felice in quel mio martoriato Pellegrinaggio. Ci presentammo (lei si chiama Vaja Modic) e dopo aver raccontato la mia storia cominciò ad affermare che la mia era una grande fortuna perché in giovane età avevo conosciuto qualcosa di inestimabile: il valore della vita. Da quel momento la mia Conversione si trasformò in qualcosa di tangibile e reale e lentamente conobbi l’amore di Dio. Al quarantesimo giorno di degenza i dottori ritennero opportuno dimettermi. Le mie analisi erano migliorate, il mio stato di salute ritornò nella norma e così salutai l’equipe che mi aveva seguito in Humanitas e varcai la soglia dell’ospedale. I quaranta giorni di reclusione si fecero sentire appena misi piede fuori dalla porta, il profumo dell’aria fresca di un 6 ottobre qualsiasi penetrò nei miei polmoni. Non feci tempo a girarmi quando una piccola farfalla si poggiò sulla spalla sinistra. Tentai di allontanarla ma si impose dolcemente sulla maglietta e mi accompagnò alla macchina. Quando la mia mano si apprestò alla maniglia dell’automobile, la farfalla mi guardò, quasi a volermi salutare, e volò via. Il 6 ottobre del 2014 ebbe inizio la mia nuova vita.

Il 18 ottobre feci ritorno alla mia Itaca. Crotone era splendida e mi accolse con un sole quasi estivo. Pensai ai lunghi mesi passati a Milano e capii che non ci fu cosa più brutta di dovermi allontanare dai miei cari, dal mio mondo. Un esilio durato tre mesi che mi segnò profondamente nell’animo e tutt’ora prego che mai nessuno debba soffrire così lontano da casa. Il micro cosmo che ogni individuo genera attorno a sé è importante quanto la chemioterapia o un intervento chirurgico perché le lunghe degenze abbattono lo stato d’animo, lo rendono debole e vulnerabile a qualsiasi attacco esterno. Decisi da allora di lottare per un luogo nella mia città capace di rispondere alle esigente di chi, come me, sopporta le croci e le porta a spalle larghe e a testa alta e feci di questa lotta un obiettivo di vita. Con questo, Sua Santità, Le chiedo di accogliere il mio messaggio di speranza e di supportarmi in questo cammino che spero possa portare ad una risposta celere e tangibile.

 

In fede e cordialmente

Davide P. Carrabetta

1 COMMENTO

  1. Una storia triste ma avvolgente, ma dentro anche pieno di speranza, spero tanto Dio ti regali ancora tanti anni di lunga vita meritati. hai di certo sofferto ma pensa intanto che ne sei uscito a testa alta e con grande forza e determinazione, ti dico bravo , bravo veramente, complimenti per la tua forza interiore ne sono felice sapere che puoi vedere la tua bella citta di Crotone che amo tanto come te

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