Gli ultimi, indimenticabili, struggenti momenti di vita di Giuseppe Parretta, nel sempre vivo e dolorosissimo ricordo di Catia Villirillo.

A nove mesi dalla scomparsa del suo angelo, e a poco più di un mese dal processo a carico di Salvatore Gerace, che si svolgerà a Catanzaro il prossimo 29 novembre.

Il sofferto e lucido racconto di mamma Caterina è indelebilmente scolpito nella sua mente, e nel suo cuore. Attimo per attimo.

Preme forte, riaffiora prepotentemente, e non lo puoi cancellare, né soffocare…

Mai. Ecco perché in uno di quei momenti di rabbia, di grande sofferenza e di sconforto, Catia si lascia andare.

E rivive insieme a noi gli attimi più sconvolgenti della sua vita. Gli ultimi insieme al suo adorato Giuseppe.

“Ha fatto un giro sulla moto che aveva appena comprato ed è rientrato.

Era felice, e mentre era in sella lui sorrideva…
Dandogli un bacio ed un abbraccio ho detto lui “Giù…auguri figlio mio…Questo è il primo di tanti altri traguardi”.

Poi gli ho fatto l’ultima foto da vivo….sulla sua moto.

E lui mi ha detto…”dai mamma fanne tante”, e intanto sorrideva…..
Poi l’ho rivisto dopo mezz’ora, per l’ultima volta…
Ha parcheggiato, è entrato ed è venuto verso di me, mentre
alle sue spalle intanto, entrava il Gerace con la pistola in mano alzata…

Come un traditore.
Da quel momento in poi le parole di Giuseppe non le ho sentite più.

Ma solo “Ahi..ahi!”. Soffriva…
Mentre gli sparava alle gambe i primi due colpi di pistola.

Dopo di che il buio.
Il dolore, gli spari su di lui, il Gerace su di lui.
Giuseppe era per terra con gli occhi sbarrati.

Disperata, ho cercato di fargli disperata la respirazione a bocca a bocca per cercare di rianimarlo, ma al terzo colpo da un occhio usciva sangue…

E diventava freddo, tra le mie braccia.
Quelle braccia che 18 anni prima
lo avevano stretto forte per la prima volta.
Alle 18.00 del pomeriggio.
Ho pregato con tutta la mia FORZA!

Ho urlato, FIGLIO MIO NON MORIRE!
Ma….lui era già andato via senza salutarmi…
E lasciandomi qui da sola con il mio immenso dolore.

Alla sera, da allora, guardo sempre il cielo e lo saluto…
E mentre i ragazzi dormono piango in silenzio, e mi addormento sfinita tra le lacrime.

È il dolore che tutte le sere mi accompagna, e mi stringe il cuore…perché mi manca mio figlio.

Adesso il mio compito è quello di asciugare le lacrime di tutte le altre mamme che stanno perdendo i figli in vita, pensando al mio…

Mio figlio mi diceva sempre, “NON MOLLARE MAI MAMMA” ed io farò cosi…

L’ultimo Natale trascorso insieme ho avuto un infarto tachicardico, e
Giuseppe mi disse… “Mamma…io non potrei mai sopportare il dolore di vederti morire.

Come farei io a crescere Paolo e Benedetta?
E quel maledetto 13 gennaio lui non ha esitato…
Ha fatto da scudo con il suo corpo
per salvare me..

Adesso dovrò sopportare di vivere
con il dolore di lui, ma aspettero
il momento di riabbracciarlo nell’ altra vita dove saremo finalmente
insieme per l eternita”.

Straziante. E tremendamente reale.

Una ferita così grande, che sanguina ancora, può essere curata ma non guarita…

Ecco perché mamma Caterina chiede a gran voce che giustizia sia fatta.

Chiede con fermezza e col cuore in mano, che la pena per chi ha deciso che Giuseppe doveva morire, uccidendolo davanti alla sua famiglia, sia quindi molto severa.

E questo, a poco più di un mese dal verdetto della Corte di Assise di Catanzaro.

Io mio figlio lo amo ancora come se fosse vivo, e vivrò la mia vita “vivendo” anche la sua…

E chiedo che venga fatta giustizia, attraverso una condanna esemplare e severa

L’assassino di Giuseppe deve pagare ed espiare la sua pena detentiva, perché ha barbaramente ucciso un ragazzo che si affacciava alla vita, che amava la vita ed amava la sua famiglia.

Deve pagare perché ha rovinato per sempre la vita di tante persone.

Ecco perché lo Stato non può e non deve perdonare. Lui, e gente come lui.

Perché la vita è sacra e non va toccata, interrotta, spezzata.

Sono io che ho bisogno di perdonare.

Per poter continuare a vivere, e forse un giorno lo farò…

Lo devo ai miei figli e lo devo al mio Giuseppe, che sicuramente lo avrebbe voluto, e non avrebbe certamente desiderato una faida.

Ma il suo carnefice deve scontare la sua pena, e semmai, uscire dalla galera da uomo sano, da uomo nuovo.

Ecco perché credo che la legge deve emettere una pena pesante, che dia l’esempio, e poi procedere con una riabilitazione seria della persona, perché possa capire l’assurda atrocita che ha commesso”.

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