𝗗𝗶𝗿𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗡𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗣𝗮𝗿𝘁𝗶𝘁𝗼 𝗗𝗲𝗺𝗼𝗰𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼: l’intervento di Mario Oliverio.

Ho chiesto di intervenire per ribadire, anche in questa sede, la posizione che ho coerentemente espresso, da alcuni mesi a questa parte, intorno alla vicenda della fase preparatoria delle prossime elezioni regionali del 26 gennaio in Calabria.
Mesi addietro, nel corso di un assemblea regionale degli amministratori locali, si è manifestata una sollecitazione, da parte di oltre 200 sindaci, della mia ricandidatura alla presidenza della Regione.
A questa richiesta, ha fatto seguito il sostegno da parte della stragrande maggioranza dei segretari del circoli territoriali del Pd della regione. Nel contempo è venuta aggregandosi una ampia e plurale coalizione di forze politiche di centrosinistra e movimenti civici.
A fronte di tutto ciò, invece di favorire un confronto ed una riflessione collettiva ed unitaria, il commissario regionale del Pd promuove una azione di reclutamento e sollecitazione del dissenso all’interno del partito ed una iniziativa di contrapposizione e di divisione nei confronti della coalizione.
Ad una aggregazione ampia e plurale si contrappone prima il tentativo di una asfittica alleanza del Pd con Articolo Uno e alcune frange, assai minoritarie, della diaspora della sinistra comunista e poi si tenta di imporre l’alleanza di Governo Nazionale attraverso una intesa regionale tra PD e M5Stelle.
Sì è determinato così un incomprensibile corto circuito, sulla base di una contraddittoria posizione politica che progressivamente è stata esplicitata dal commissario Stefano Graziano e poi sostenuta da alcuni rappresentanti della segreteria nazionale, dal momento che nel mentre si esprimeva un giudizio positivo sulla mia esperienza di governo al tempo stesso veniva richiesto un mio passo indietro. Si motivava, così, la messa in campo di una proposta di candidatura alla presidenza che si ritenesse più unitaria e soprattutto di rinnovamento.
Sì sono succedute, dunque, lunghe settimane nelle quali la affannosa ricerca di una proposta di candidatura alternativa non ha dato alcun esito e il Pd veniva condotto in una condizione di evidente isolamento politico.
Tutto ciò, nonostante in questo stesso periodo emergeva una iniziativa molto coinvolgente e partecipata. Particolarmente significativa è stata una assemblea regionale indetta dal coordinamento dei circoli e degli amministratori del PD che ha promosso una petizione sottoscritta da circa 5000 iscritti al partito per la richiesta di elezioni primarie. Da parte della coalizione di centrosinistra, inoltre, è stato promosso l’unico momento di confronto programmatico svoltosi in Calabria, attraverso l’evento di una convention che ha coinvolto una molteplicità di rappresentanze civiche, dell’associazionismo culturale, del mondo imprenditoriale, delle professioni e delle università.
Ho inteso percorrere le tappe più salienti di un percorso che ha registrato, così, profonde lacerazioni e divisioni. Il fallimento della intesa con il M5Stelle rende appare ancora più accentuate le difficoltà e la limitatezza della capacità attrattiva del PD. Difronte allo svolgersi di questo scenario il mio atteggiamento è stato costantemente di massima apertura.
Non ho mai affermato “Oliverio o la morte”. Ho pubblicamente sempre sostenuto e offerto la mia disponibilità a fare un passo indietro. Ho soltanto chiesto che venissero esplicitate, in maniera trasparente e convincente verso i calabresi, le ragioni effettive che avrebbero potuto motivare il veto nei confronti della ricandidatura del presidente della giunta uscente, pur in presenza di un giudizio positivo verso il suo operato. Ovviamente, questa richiesta era divenuta ancora più oggettiva, difronte al fatto che il PD si ostinava ad insistere su questo veto, anche quando si è ritrovato senza alleanze, senza un profilo di programma di governo e senza alcuna proposta di candidatura alternativa. In questo contesto, dieci giorni addietro ho incontrato Nicola Zingaretti ed anche a lui personalmente ho ribadito la mia disponibilità a fare un passo indietro. Non ho chiesto alcun risarcimento attraverso posti o collocazioni di potere. In cambio ho solo chiesto un atto ufficiale affinché il mio partito riconoscesse l’onore e la mia dignità politica.
Il mio passo indietro non può lasciare l’ombra di un “non detto”, alla luce della vicenda giudiziaria che mi ha coinvolto. In questi mesi essa è stata strumentalizzata a piene mani , non dagli avversari politici ma da alcuni settori del PD in Calabria e a Roma. È diffuso il convincimento che questa vicenda abbia inciso molto. È pesante come un macigno questo “non detto”. E ciò è conseguenza di grave limite politico che investe il PD e la sua cultura politica. Nei giorni scorsi abbiamo tutti letto le dichiarazioni della mamma del nostro compianto Filippo Penati. Spero che si rifletta sulle sue parole. Proprio perché consapevole che il mio non sia un caso isolato ritengo che noi si debba fare i conti e sciogliere il nodo se tagliare o meno con una cultura giustizialista e colpevolista. Da qui dipende il modo come si ristabilisce l’equilibrio e l’autonomia tra i diversi poteri, a partire dal rapporto tra quello legislativo e giudiziario. È questo un nodo che investe e caratterizza una primaria questione democratica. Il tema che intendo porre non è, dunque, una questione personale, anche se nel mio caso è insopportabile il silenzio del mio partito difronte agli inequivocabili pronunciamenti di giudici terzi contro le impostazioni accusatorie. La Suprema Corte di Cassazione, inoltre, si è pronunciata con una sentenza che non ha precedenti, ha esplicitamente affermato e rilevato un “chiaro pregiudizio accusatorio” nei miei confronti. Per quanto mi riguarda non ho inteso sottrarmi, ove mai dovessi essere rinviato a giudizio, dai processi. Ma non posso rinunciare a battermi per la compiuta affermazione dei principi democratici e dello stato di diritto. Anche per questo ho chiesto chiarezza al mio partito. Ma chiarezza politica finora non è stata fatta. Dobbiamo parlarci chiaro. Ritengo che anche il modo irragionevole per come è stata gestita la vicenda del mio avvicendamento è stato frutto di questo “non detto”. Se così non fosse fosse, dovremmo convenire che ci sarebbe stata una buona dose di incapacità e di dilettantismo politico alla base di una conduzione che alla fin fine ha generato solo danni alla immagine e alla credibilità del PD regionale e nazionale. E io non voglio credere che il gruppo dirigente nazionale, a cui ho dato fiducia e di cui ho sempre avuto stima, potesse inciampare in un così evidente limite.
Del resto se così non fosse non si spiegherebbe anche il modo precipitoso e contraddittorio con cui è stato dato il sostegno alla candidatura di Pippo Callipo. Nessuno può negare che si perviene a questa proposta come una scelta di necessità. Un modo per cacciare il PD dall’angolo in cui è stato condotto. Ma come suol dirsi è anche innegabile che la pezza è peggiore del buco. Si è sempre sostenuto che necessitava, per competere al meglio, una candidatura unitaria e di rinnovamento e invece ci si trova davanti ad una candidatura assai divisiva e che è la negazione del rinnovamento. Il rinnovamento sarebbe interpretato da un signore ultrasettantenne che almeno da quindici anni si dimena con l’ambizione di scalare il governo della Regione. Fu candidato nel 2010 e già allora si è contrapposto e contribuisce alla sconfitta del candidato di centrosinistra. È stato lui stesso l’altro ieri, a menare vanto, in una trasmissione radiofonica nazionale, di aver sostenuto nel 2014 il candidato di centrodestra perché voleva battersi per la mia sconfitta. Ha più volte, poi, dichiarato di aver votato per il centrodestra anche nelle ultime elezioni politiche. Magari, questa candidatura sarà stata proposta anche nel tentativo di riagganciare l’intesa con i 5stelle. Non si è valutato, però, che questo nome nelle settimane scorse era stato già esaminato ma scartato come candidato del movimento pentastellato.
In queste condizioni, spero si convenga di valutare quanto siano proibitive le condizioni, persino, per fare una campagna elettorale di resistenza e contenimento. Nessuno, né tanto meno il sottoscritto, ha mai pensato di sottovalutare le difficoltà e le criticità che rendono ardua ogni previsione di successo del centrosinistra. Dico solo che sarebbe ingeneroso affermare che le nostre difficoltà elettorali siano da ricondurre ad una specificità calabrese. Se così fosse avremmo ben altre condizioni nella rappresentazione dello scenario politico nazionale. Ovviamente non voglio invocare attenuanti o giustificazioni di circostanza. Ritengo, al contrario, dover sottolineare le criticità che caratterizzano, in questo momento, sia il dislocamento del centrodestra calabrese che le divisioni e i contrasti che animano la corsa solitaria del M5Stelle in Calabria. Il sondaggio pubblicato, ieri sera a Porta a Porta, prevede una forbice di dieci punti di distacco a favore del centrodestra. Se si lavora, anche se last minute, a mettere in campo uno schieramento unitario delle forze progressiste la posta del governo della regione può divenire contendibile. La divisione lascia solo macerie, non solo perché limita la espressione della rappresentanza istituzionale ma soprattutto sul terreno politico. L’unità è invocata a gran voce dal movimento delle sardine calabresi, ma in maniera più diffusa, viene implorato, soprattutto, da espressioni civiche e dai movimenti giovanili. Io non ho inteso sottrarmi. Ho ripetutamente ribadito la mia disponibilità a fare un passo indietro e, soprattutto, a mettere in campo una proposta di reale rinnovamento. Nonostante le tensioni e le spinte alle rinchiusure, presenti in alcuni settori del nostro partito, c’è molta attesa e speranza perché possa essere il PD la forza motrice di una alleanza che potrebbe andare addirittura ben oltre i confini del centrosinistra. Il mio auspicio è che Nicola Zingaretti possa cogliere e favorire questa opportunità. Sono intervenuto in questa nostra riunione per formalizzare questa mia disponibilità. Il mio impegno sarà intenso e leale a pieno sostegno di un candidato presidente, preferibilmente giovane, in rappresentanza di uno schieramento unitario e plurale. Una eventuale chiusura verso questa disponibilità sarebbe da considerarsi un grave errore politico. La risposta non può essere quella di soluzioni burocratiche o addirittura di tipo autoritario come quella del commissariamento di due federazioni provinciali del PD perché organizzavano il dissenso politico alla linea interpretata dal commissario regionale del partito. Mi pare, poi, francamente insostenibile che difronte al progetto di unire ci si debba trincerare dietro la osservazione del tempo scaduto e dire che “ormai è tardi”. Se si dovesse insistere nella divisione, diventa ancora più incomprensibile la ostinazione sul veto alla mia candidatura ma soprattutto la ragione della impuntatura che si manifesta sia sulla candidatura di Pippo Callipo che sul voler perpetuare una rottura traumatica del campo delle forze progressiste. Il mio appello ancora una volta è rivolto alla affermazione di una responsabilità che va ben oltre le ragioni che hanno potuto determinare il posizionamento politico personale di ognuno di noi. Mi batto perché si possa affermare la speranza di un movimento collettivo che, necessariamente, richiama ognuno di noi alla piena assunzione di responsabilità politiche e morali, verso il futuro di una terra, che non può continuare a subire lo stereotipo di un pregiudizio negativo della sua immagine, che storicamente si è diffuso oltre i confini regionali.𝗜𝗹 𝗺𝗶𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝘃𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝗗𝗶𝗿𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗡𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗣𝗮𝗿𝘁𝗶𝘁𝗼 𝗗𝗲𝗺𝗼𝗰𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼

Ho chiesto di intervenire per ribadire, anche in questa sede, la posizione che ho coerentemente espresso, da alcuni mesi a questa parte, intorno alla vicenda della fase preparatoria delle prossime elezioni regionali del 26 gennaio in Calabria.
Mesi addietro, nel corso di un assemblea regionale degli amministratori locali, si è manifestata una sollecitazione, da parte di oltre 200 sindaci, della mia ricandidatura alla presidenza della Regione.
A questa richiesta, ha fatto seguito il sostegno da parte della stragrande maggioranza dei segretari del circoli territoriali del Pd della regione. Nel contempo è venuta aggregandosi una ampia e plurale coalizione di forze politiche di centrosinistra e movimenti civici.
A fronte di tutto ciò, invece di favorire un confronto ed una riflessione collettiva ed unitaria, il commissario regionale del Pd promuove una azione di reclutamento e sollecitazione del dissenso all’interno del partito ed una iniziativa di contrapposizione e di divisione nei confronti della coalizione.
Ad una aggregazione ampia e plurale si contrappone prima il tentativo di una asfittica alleanza del Pd con Articolo Uno e alcune frange, assai minoritarie, della diaspora della sinistra comunista e poi si tenta di imporre l’alleanza di Governo Nazionale attraverso una intesa regionale tra PD e M5Stelle.
Sì è determinato così un incomprensibile corto circuito, sulla base di una contraddittoria posizione politica che progressivamente è stata esplicitata dal commissario Stefano Graziano e poi sostenuta da alcuni rappresentanti della segreteria nazionale, dal momento che nel mentre si esprimeva un giudizio positivo sulla mia esperienza di governo al tempo stesso veniva richiesto un mio passo indietro. Si motivava, così,la messa in campo di una proposta di candidatura alla presidenza che si ritenesse più unitaria e soprattutto di rinnovamento.
Sì sono succedute, dunque, lunghe settimane nelle quali la affannosa ricerca di una proposta di candidatura alternativa non ha dato alcun esito e il Pd veniva condotto in una condizione di evidente isolamento politico.
Tutto ciò, nonostante in questo stesso periodo emergeva una iniziativa molto coinvolgente e partecipata. Particolarmente significativa è stata una assemblea regionale indetta dal coordinamento dei circoli e degli amministratori del PD che ha promosso una petizione sottoscritta da circa 5000 iscritti al partito per la richiesta di elezioni primarie. Da parte della coalizione di centrosinistra, inoltre, è stato promosso l’unico momento di confronto programmatico svoltosi in Calabria, attraverso l’evento di una convention che ha coinvolto una molteplicità di rappresentanze civiche, dell’associazionismo culturale, del mondo imprenditoriale, delle professioni e delle università.
Ho inteso percorrere le tappe più salienti di un percorso che ha registrato, così, profonde lacerazioni e divisioni. Il fallimento della intesa con il M5Stelle rende appare ancora più accentuate le difficoltà e la limitatezza della capacità attrattiva del PD. Difronte allo svolgersi di questo scenario il mio atteggiamento è stato costantemente di massima apertura.
Non ho mai affermato “Oliverio o la morte”. Ho pubblicamente sempre sostenuto e offerto la mia disponibilità a fare un passo indietro. Ho soltanto chiesto che venissero esplicitate, in maniera trasparente e convincente verso i calabresi, le ragioni effettive che avrebbero potuto motivare il veto nei confronti della ricandidatura del presidente della giunta uscente, pur in presenza di un giudizio positivo verso il suo operato. Ovviamente, questa richiesta era divenuta ancora più oggettiva, difronte al fatto che il PD si ostinava ad insistere su questo veto, anche quando si è ritrovato senza alleanze, senza un profilo di programma di governo e senza alcuna proposta di candidatura alternativa. In questo contesto, dieci giorni addietro ho incontrato Nicola Zingaretti ed anche a lui personalmente ho ribadito la mia disponibilità a fare un passo indietro. Non ho chiesto alcun risarcimento attraverso posti o collocazioni di potere.In cambio ho solo chiesto un atto ufficiale affinché il mio partito riconoscesse l’onore e la mia dignità politica.
Il mio passo indietro non può lasciare l’ombra di un “non detto”, alla luce della vicenda giudiziaria che mi ha coinvolto. In questi mesi essa è stata strumentalizzata a piene mani , non dagli avversari politici ma da alcuni settori del PD in Calabria e a Roma. È diffuso il convincimento che questa vicenda abbia inciso molto. È pesante come un macigno questo “non detto”. E ciò è conseguenza di grave limite politico che investe il PD e la sua cultura politica. Nei giorni scorsi abbiamo tutti letto le dichiarazioni della mamma del nostro compianto Filippo Penati. Spero che si rifletta sulle sue parole. Proprio perché consapevole che il mio non sia un caso isolato ritengo che noi si debba fare i conti e sciogliere il il nodo se tagliare o meno con una cultura giustizialista e colpevolista. Da qui dipende il modo come si ristabilisce l’equilibrio e l’autonomia tra i diversi poteri, a partire dal rapporto tra quello legislativo e giudiziario. È questo un nodo che investe e caratterizza una primaria questione democratica. Il tema che intendo porre non è, dunque, una questione personale, anche se nel mio caso è insopportabile il silenzio del mio partito difronte agli inequivocabili pronunciamenti di giudici terzi contro le impostazioni accusatorie. La Suprema Corte di Cassazione, inoltre, si è pronunciata con una sentenza che non ha precedenti, ha esplicitamente affermato e rilevato un “chiaro pregiudizio accusatorio” nei miei confronti. Per quanto mi riguarda non ho inteso sottrarmi, ove mai dovessi essere rinviato a giudizio, dai processi. Ma non posso rinunciare a battermi per la compiuta affermazione dei principi democratici e dello stato di diritto. Anche per questo ho chiesto chiarezza al mio partito. Ma chiarezza politica finora non è stata fatta. Dobbiamo parlarci chiaro. Ritengo che anche il modo irragionevole per come è stata gestita la vicenda del mio avvicendamento è stato frutto di questo “non detto”. Se così non fosse fosse, dovremmo convenire che ci sarebbe stata una buona dose di incapacità e di dilettantismo politico alla base di una conduzione che alla fin fine ha generato solo danni alla immagine e alla credibilità del PD regionale e nazionale. E io non voglio credere che il gruppo dirigente nazionale, a cui ho dato fiducia e di cui ho sempre avuto stima, potesse inciampare in un così evidente limite.
Del resto se così non fosse non si spiegherebbe anche il modo precipitoso e contraddittorio con cui è stato dato il sostegno alla candidatura di Pippo Callipo. Nessuno può negare che si perviene a questa proposta come una scelta di necessità. Un modo per cacciare il PD dall’angolo in cui è stato condotto. Ma come suol dirsi è anche innegabile che la pezza è peggiore del buco. Si è sempre sostenuto che necessitava, per competere al meglio, una candidatura unitaria e di rinnovamento e invece ci si trova davanti ad una candidatura assai divisiva e che è la negazione del rinnovamento. Il rinnovamento sarebbe interpretato da un signore ultrasettantenne che almeno da quindici anni si dimena con l’ambizione di scalare il governo della Regione. Fu candidato nel 2010 e già allora si è contrapposto e contribuisce alla sconfitta del candidato di centrosinistra. È stato lui stesso l’altro ieri, a menare vanto, in una trasmissione radiofonica nazionale, di aver sostenuto nel 2014 il candidato di centrodestra perché voleva battersi per la mia sconfitta. Ha più volte, poi, dichiarato di aver votato per il centrodestra anche nelle ultime elezioni politiche. Magari, questa candidatura sarà stata proposta anche nel tentativo di riagganciare l’intesa con i 5stelle. Non si è valutato, però, che questo nome nelle settimane scorse era stato già esaminato ma scartato come candidato del movimento pentastellato.
In queste condizioni, spero si convenga di valutare quanto siano proibitive le condizioni, persino, per fare una campagna elettorale di resistenza e contenimento. Nessuno, né tanto meno il sottoscritto, ha mai pensato di sottovalutare le difficoltà e le criticità che rendono ardua ogni previsione di successo del centrosinistra. Dico solo che sarebbe ingeneroso affermare che le nostre difficoltà elettorali siano da ricondurre ad una specificità calabrese. Se così fosse avremmo ben altre condizioni nella rappresentazione dello scenario politico nazionale. Ovviamente non voglio invocare attenuanti o giustificazioni di circostanza. Ritengo, al contrario, dover sottolineare le criticità che caratterizzano, in questo momento, sia il dislocamento del centrodestra calabrese che le divisioni e i contrasti che animano la corsa solitaria del M5Stelle in Calabria. Il sondaggio pubblicato, ieri sera a Porta a Porta, prevede una forbice di dieci punti di distacco a favore del centrodestra. Se si lavora, anche se last minute, a mettere in campo uno schieramento unitario delle forze progressiste la posta del governo della regione può divenire contendibile. La divisione lascia solo macerie, non solo perché limita la espressione della rappresentanza istituzionale ma soprattutto sul terreno politico. L’unità è invocata a gran voce dal movimento delle sardine calabresi, ma in maniera più diffusa, viene implorato, soprattutto, da espressioni civiche e dai movimenti giovanili. Io non ho inteso sottrarmi. Ho ripetutamente ribadito la mia disponibilità a fare un passo indietro e, soprattutto, a mettere in campo una proposta di reale rinnovamento. Nonostante le tensioni e le spinte alle rinchiusure, presenti in alcuni settori del nostro partito, c’è molta attesa e speranza perché possa essere il PD la forza motrice di una alleanza che potrebbe andare addirittura ben oltre i confini del centrosinistra. Il mio auspicio è che Nicola Zingaretti possa cogliere e favorire questa opportunità. Sono intervenuto in questa nostra riunione per formalizzare questa mia disponibilità. Il mio impegno sarà intenso e leale a pieno sostegno di un candidato presidente, preferibilmente giovane, in rappresentanza di uno schieramento unitario e plurale. Una eventuale chiusura verso questa disponibilità sarebbe da considerarsi un grave errore politico. La risposta non può essere quella di soluzioni burocratiche o addirittura di tipo autoritario come quella del commissariamento di due federazioni provinciali del PD perché organizzavano il dissenso politico alla linea interpretata dal commissario regionale del partito. Mi pare, poi, francamente insostenibile che difronte al progetto di unire ci si debba trincerare dietro la osservazione del tempo scaduto e dire che “ormai è tardi”. Se si dovesse insistere nella divisione, diventa ancora più incomprensibile la ostinazione sul veto alla mia candidatura ma soprattutto la ragione della impuntatura che si manifesta sia sulla candidatura di Pippo Callipo che sul voler perpetuare una rottura traumatica del campo delle forze progressiste. Il mio appello ancora una volta è rivolto alla affermazione di una responsabilità che va ben oltre le ragioni che hanno potuto determinare il posizionamento politico personale di ognuno di noi. Mi batto perché si possa affermare la speranza di un movimento collettivo che, necessariamente, richiama ognuno di noi alla piena assunzione di responsabilità politiche e morali, verso il futuro di una terra, che non può continuare a subire lo stereotipo di un pregiudizio negativo della sua immagine, che storicamente si è diffuso oltre i confini regionali.

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