Un racconto, realisticamente 


immaginato, che, se pur non vissuto personalmente dell’autrice, riesce comunque a trasferire a chi lo legge, il profondo e intimo dramma che una donna vittima di stupro, è costretta a vivere ed a subire. 

Fisicamente e moralmente. Sempre più spesso purtroppo, fra timore, vergogna, paura e, paradossalmente, dolorosi silenzi che non aiutano a fare giustizia, a difendere e proteggere chi da sola, non ce la farà mai…
“Il mio respiro stremato, è l’unica cosa che mi ricorda, che sono viva… cammino in modo meccanico, il sottofondo sonoro che mi accompagna è un “bip” continuo a basse frequenze, con qualche picco qua e là…

Mi pare di sentire un alito di vento sulle mie gote umide ma:       

<<biiiip>> 

Provo a girare la testa, forse trovo uno squarcio, una via di fuga, ma:

<<biiiiiip>>

Mi sento impazzire, a come se stessi lentamente naufragando in questo senso di isolamento percettivo.

Credo di trascinare le gambe, perché sento come una pesantezza in basso, movimenti barcollanti fanno urtare all’altezza delle spalle

E poi ancora:

<<biiiiiip>>

Guardo avanti, tanto è uguale, anche altrove non vedrei altro che sagome informi, da evitare… mi fanno paura, ho paura di ogni cosa… perché non sono qui? Perché non mi ha uccisa? 

Un odore… sento un odore familiare… mi riconosco in quell’odore. 

Comincio a sentire i miei singhiozzi, riconosco la mia voce in quel pianto disperato… tremo… ma dove sono?

Mi aggrappo disperatamente a quell’odore per ritrovarmi, intanto, un brezza leggera, mi accarezza il viso grondante di lacrime, l’istinto mi porta ad alzare una mano per asciugarmi, ma la fermo a mezz’aria, proprio lì dove, poco prima, cercava, come una piccola trincea, di fermare quei pugni…quelle braccia grandi, troppi grandi e forti perché le mie, esili, potessero competere… flashback improvvisi e confusi, come schiaffi che mi svegliano da un sonno profondo.

Mi ha immobilizzata con estrema facilità, mi sono sentita un fantoccio nelle sue mani, io che, fino a poco prima camminavo fiera e sicura, avvolta nel mio sacrosanto spazio vitale, la prima cosa che ha violato, in un vicolo marcio, tra muffa e topi…

Allontano quella mano inutile e dolorante dal mio viso.

Dolorante…

Dietro di lei, campeggia, fin dove il mio sguardo può spingersi, il colore azzurro-violaceo del mare… mi riconosco nei suoi colori… sono arrivata al mare… lo guardo e intanto, sento dolore.

Guardo le braccia martoriate e piango, mi rannicchio ai piedi di una panchina del lungomare, le gambe tremano e i pantaloni sono umidi… forse sanguino… 

Cerco di poggiare il viso sulle braccia conserte sulle ginocchia ma… l’occhio gonfio mi fa male… mi tocco come se quello non fosse il mio corpo, come se fosse tutto nuovo per me.

Ho freddo, mi sento sporca… e finalmente comincio ad urlare a squarciagola…. urlo al mare, al cielo… urlo a me stessa che ho permesso tutto questo… urlo perché so, che non potrò mai dirlo a nessuno… non potrei, ho troppa vergogna… è colpa mia!

Mi copro bene, mi ricompongo, metto le cuffie e scelgo la traccia che dovrà accompagnarmi a casa… le note di “sound of silence” prendono posto nello spazio circostante, fluttuano davanti a me, morbide e sicure, armonizzano il panorama crepuscolare che accoglie il mio cammino solitario… qualcosa si è spezzato, frantumato… qualcosa è morto in quel vicolo… ma ancora oggi, per molti, non è un reato… la domanda sorge spontanea: ” viviamo, in una società civile, o, in una giungla selvaggia?” 

O meglio: ” dobbiamo rassegnarci alla condizione di vittima, in virtù di quale solenne regola di civile convivenza tra simili?”

Noemi Bossi