Celebriamo questo nostro Congresso territoriale, in vista del mese di giugno del 2018, quando si svolgerà a Roma il XVII Congresso della Uil confederale.

Sono trascorsi quattro anni dalla precedente assise e ora è giunto il tempo del confronto e della verifica, proprio quando siamo ormai vicini ai venti anni dall’inizio di questo secolo, dall’avvio del 2000, due decenni di svolte e mutamento che ci impongono una riflessione profonda e pacata delle nostra proposta sindacale per l’immediato futuro.

Quanto il mondo intorno a noi sia nel frattempo rapidamente e convulsamente cambiato lo vediamo oggi con sempre più evidenza.

Ecco perchè questa occasione, nella specificità e particolarità della fase che stiamo vivendo,  assume non solo una significativa quanto organica importanza interna, ma anche una rilevante opportunità per riaffermare la centralità del Sindacato nella nuova scena politica, sociale ed economica del nostro Paese.

Viviamo un momento storico importante, in cui si va assestando un lungo ciclo della globalizzazione che è iniziato negli anni Novanta dello scorso secolo.

Decenni difficili e complessi in cui si sono infrante tante certezze del passato, si sono aperte nuove e più impegnative sfide per i popoli e per l’intera umanità.

Abbiamo affrontato e stiamo affrontando una crisi asimmetrica e di lunga durata rispetto ai parametri a noi noti nell’economia e nell’azione sindacale.  

Più che mai convinti dell’importanza globale e locale del sindacato, della sua funzione e della sua azione in difesa e a tutela dei diritti dei lavoratori, più che mai certi che il domani delle società libere, democratiche e progredite si chiama lavoro ai giovani e alle donne, dignità per gli anziani e tutela delle famiglie, noi riteniamo che è questo il momento di fare qualcosa insieme, approfittando della straordinaria opportunità di rinnovamento strutturale che abbiamo davanti a noi.

Anche in una realtà come la nostra, con i suoi atavici ritardi, a Crotone, nel nostro territorio, in Calabria nello scorcio breve di questi ultimi venti anni tutto è cambiato in termini di reddito, risparmio, patrimonio immobiliare, famiglie, popolazione, lavoro, disoccupazione, diritti, salari, consumi, politica e istituzioni.

Il sindacato con le sue strutture, i suoi iscritti, donne e uomini, occupati e disoccupati, anziani e forze attive, non è qui per fare testimonianza del  passato ma per stare al passo, con nuova capacità di interpretare e rappresentare i bisogni del lavoro e dello sviluppo europeo, nazionale, regionale e territoriale.

Per noi il congresso è il momento più importante di democrazia e partecipazione che un sindacato, fondato e ispirato dai valori e dal ruolo sanciti costituzionalmente, esprime e garantisce a tutti i propri iscritti.

Il sindacato resta una realtà fondamentale del sistema democratico costituzionale: dove la sua azione è forte, la società democratica è più forte.

La questione lavoro, la lotta alla disoccupazione, è certamente il problema principale per il territorio crotonese, un problema che richiede uno sforzo d’insieme per riaccendere l’impegno e la speranza di individuare soluzioni, nuovi percorsi di crescita e progresso.

Siamo chiamati a mettere in campo uno sforzo coraggioso e innovativo perchè alcune strade percorse in passato non sono state quelle giuste, perchè è finita l’epoca dell’assistenzialismo industriale.

Nelle proposte del sindacato si evidenzia chiaramente questa strada nuova che significa la fine del conflitto tra ambiente e lavoro nel nostro territorio.

Proprio perchè il congresso è il momento più solenne del confronto e del dibattito io credo che sia indispensabile porsi davanti alla domanda su cosa dobbiamo fare per raccogliere la sfida del cambiamento europeo, nazionale, regionale e territoriale, come possiamo sconfiggere la tentazione di trasformare l’adattamento allo stato di cose presenti con una seppure malcelata rassegnazione.

Particolarmente noi come Uil, abbiamo agito affinchè le profonde, e talvolta anche violente sperequazioni verticali, determinate dalla fine del modello industriale nazionale, le scelte dei vari governi centrali e della grande industria italiana, non si trasformassero in una più dura e grave sperequazione sociale orizzontale tra la nostra popolazione, nel mondo del lavoro, tra le famiglie della città e della provincia.

Noi non abbiamo mai rinnegato la nostra storia e le nostre tradizioni, così come siamo estranei ad un’inutile apoteosi del glorioso passato.

Il nostro patrimonio si conserva solo in quanto si valorizza, diventa parte integrante del nostro difficile presente, espressione di una memoria storica come parte significativa del nostro impegno progettuale per il futuro.

Per cui oggi possiamo dire che se esiste la possibilità di una ripresa dello sviluppo locale ciò è soprattutto il prodotto, la risultante di una forte tenuta democratica dell’impianto sindacale.

Tanto che si può anche dire che la tenace difesa della nostra autonomia e presenza è il frutto di una nostra azione di resistenza attiva rispetto all’aggravarsi della crisi territoriale e locale, di un atteggiamento propositivo, costruttivo e responsabile che il sindacato crotonese ha saputo esprimere in questi anni durissimi, agendo su vari piani di difesa e di tutela, nel travagliato passaggio dal salario industriale al reddito di mobilità e agli ammortizzatori.

Il primo mutamento è stato quello di una profonda redistribuzione del reddito fra i lavoratori dipendenti, con il forte ridimensionamento del monte salari e stipendi del settore industriale, a cui si è accompagnato lentamente una più evidente espansione dei redditi provenienti dalla funzione pubblica, dal settore dei servizi pubblici e privati, dallo stato assistenziale e dagli istituti pensionistici.

La trasformazione è stata davvero poderosa.

Nell’arco di un secolo esatto dal 1918 al 2018 siamo passati da una società esclusivamente agricola a una società industriale e oggi a una società quasi totalmente terziarizzata.

Tre momenti di crescita, di impegno, di contraddizioni e conflitti che ora richiedono prima una sintesi e poi nuovi e più adeguati raccordi di sistema.

Dopo la scomparsa della Provincia noi siamo ancora alla ricerca di un equilibrato assetto del territorio di una giusta composizione del capitale territoriale dove ambiente, energia, infrastrutture, attività produttive e industriali devono essere rilanciate al più presto e trasformate in motore rinnovato di più qualificato sviluppo economico e sociale.

Siamo convinti che il sindacato confederale e quindi noi come Uil, possiamo fare un buon lavoro, dare un grande contributo al miglioramento del sistema produttivo locale e regionale.

Guardare al futuro, fare tesoro del passato significa prendere, dunque, atto della straordinaria importanza che deve sempre di più assumere il prezioso e irrinunciabile patrimonio del movimento sindacale.

Perchè è da esso che si devono fare emergere le linee guida di nuove e più incisive piattaforme di lotta e vertenzialità  locale, territoriale e regionale.

Partendo da queste premesse vorrei chiedermi non retoricamente alcune cose.

In primo luogo quanto è possibile immaginare questa nostra società locale senza il sindacato.

Senza cioè il nostro determinante contributo, offerto ed esercitato a tutela dei lavoratori e dei cittadini, in una situazione sociale sempre più difficile, dove tutti, in politica come nell’economia, spesso attraverso promesse demagogie e persino raggiri, cercano di conquistare la rappresentanza dei lavoratori, persino tentando di estorcerla a noi che ne siamo i legittimi e costituzionali interpreti e garanti.

E nel porre questa domanda, anche di fronte a fatti realmente accaduti laddove qualcuno ha immaginato di cancellare o sostituire il sindacato nelle lotte e nella mobilitazione di piazza, porrei subito il punto vero della questione, cioè il rilancio del nostro ruolo centrale nel governo e nella concertazione della vita economica locale.

Punto imprescindibile, nella misura in cui occorre interrogarsi, non solo sulla nostra ampia e articolata memoria storica ma anche sulla nostra attuale identità di sindacato in una realtà come è quella crotonese.

Vale a dire se il problema davanti al quale oggi ci ritroviamo non sia quello di chiedersi se, al di là delle emergenze e delle contingenze, non vi siano forze e posizioni, nella politica come nelle istituzioni, nella società come nell’economia, che intenderebbero mettere in gioco ruolo e funzione del sindacato nelle nostre realtà, in buona sostanza che si possa fare a meno del sindacato nella determinazione delle scelte che riguardano i lavoratori e il territorio.

Gli attacchi al Sindacato e alle sue strutture di servizio sono ormai ricorrenti e costanti e fanno parte di un’armamentario che per quanto obsoleto suscita oggi per intrecci e interscambi con altre situazioni e soggetti, allarme e preoccupazione.

Di fronte all’innestarsi subdolo e perverso di ideologie reazionarie e di facile qualunquismo antisindacale, la forza dell’Uil è quella di sentirsi baluardo della democrazia del lavoro e della partecipazione diretta e rappresentata dei lavoratori, mantenendo sempre fede alla scelta di campo, radicale e irrinunciabile, di una apertura e ripresa del dialogo a ogni livello istituzionale, vertenziale, partenariale.

Noi sappiamo bene che non si tratta né di impressioni occasionali né tanto meno di ipotetiche suggestioni, bensì di atteggiamenti, pretese, comportamenti realmente espressi da molti protagonisti e attori della vita pubblica nazionale, regionale e locale che ci sollecitano ad accellerare l’avvio di una nuova stagione di autorevolezza e dignità del sindacato nel territorio, aprendoci ad un dialogo diverso e nuovo con la pubblica opinione, contribuendo a una più incisiva espressione della soggettività di tutti i lavoratori dipendenti e di un nuovo sindacato, sempre di più baluardo dei diritti del lavoro e tenace combattente a favore dell’occupazione e delle tutele.

Per questo sarebbe errato ignorare la domanda tanto diffusa di una riapertura della vertenzialità che va dai servizi, alle infrastrutture, al lavoro, all’occupazione ed alle politiche sociali.

Più gravi si avvertono le diseguaglianze ma anche le opportunità cantierabili nel brevissimo periodo perchè possano essere, se non definitivamente superate, almeno alleviate rapidamente e parzialmente.

I problemi dello sviluppo, del lavoro e del reddito si sono fatti nel frattempo più acuti.

Su questo terreno, il problema di gran lunga più importante riguarda il ridimensionamento complessivo del numero dei lavoratori dipendenti che costituisce nel nostro territorio la più grande delle iniquità e delle diseguaglianze.

Nel quadro di questi mutamenti, l’Uil ha sempre avvertito l’urgenza di intervenire, nella sua autonoma soggettività, in ogni direzione dove è stato possibile, per la tutela del lavoro dipendente e il mantenimento della base occupazionale.

Alla contrattazione sui contenuti tradizionali si è aggiunta, in tal modo, una politica del territorio, dove questo è inteso come localizzazione dello sviluppo.

Ma anche e sempre di più come punto centrale di un equilibrio tra città, costa, pianura e aree interne da conseguire con tenacia, nel rispetto dei valori  e delle caratteristiche comunali, seppure a volte microscopiche, o come si suol dire da “comuni polvere”, delle popolazioni e delle singole comunità locali, in un confronto e in una battaglia sempre serrata e alta contro ogni tentativo di ricacciare il sindacato in un ambito di marginalità, residualità e subalternità.

C’è da dire che abbiamo purtroppo dovuto attendere che qualcuno, sia a livello comunale che a livello regionale, prendesse atto della gravità della crisi che così duramente ha colpito l’intero territorio provinciale, non risparmiando niente e nessuno: le attività produttive e quelle artigianali, il commercio ed il terziario, i servizi ed il turismo, i trasporti e l’agricoltura.

Insomma che di fronte a una condizione di difficoltà generale dalla quale sarebbe davvero difficile uscire con gli strumenti ordinari o di quella sola buona volontà di cui molte imprese sembrerebbero essere dotate, ci fosse un sussulto di attenzione e di impegno operativo.

Né è bastata da sola la migliore azione concertativa, seppure accompagnata da vigorose azioni di flessibilità da parte del sindacato.

Pur dinnanzi a questa permanente mancanza di risposte, pur davanti alla persistente assenza non solo della progettualità ma persino della operatività quotidiana, a noi tocca prendere ancora una volta l’iniziativa di sollecitare tutti ad agire insieme per non disperdere anche le più piccole esperienze positive.

Solo dai progetti e dal dialogo si può e si deve far ripartire per oggi e nell’immediato futuro una vera e propria ‘vertenza del crotonese e della Calabria jonica centrale’ che abbia sì i contenuti di una strategia d’emergenza ma che punti a rideterminare i confini e i contorni di un area espansiva e aperta, per rompere l’isolamento non solo infrastrutturale ma anche culturale di questo vasto comprensorio.

Questa vertenza strategica che vogliamo elaborare, la definizione del quadro e dello scenario in cui noi intendiamo collocare queste nuove battaglie, dovranno avere un profilo di coerenza e di sostegno, affinchè già dalla individuazione di una griglia di bisogni e di obiettivi, siano già e di per se un’autentica esperienza pilota.

Compito dell’Uil è quello di saper ridare slancio a un gruppo dirigente motivato e preparato a raccogliere la sfida di un rilancio e di una presenza attiva nel territorio, facendo emergere nell’organizzazione un soggetto adeguato ai mutamenti, dialettico e dialogante, vertenziale e progettuale, capace di sviluppare movimenti ampi e condivisi, un confronto aperto al dialogo con le istituzioni locali, regionali e nazionali e ogni eventuale controparte.

Per questo occorre un impegno rigoroso nel merito degli interventi, dei programmi e delle azioni da richiedere sul territorio, affinchè si metta mano alla correzione urgente di quegli squilibri evidenti che sono stati determinati da inefficaci e sbagliate politiche di sviluppo regionali e nazionali, aprendo anche con lo stato centrale trattative finalizzate alla stipula di protocolli esemplari, efficienti, operativi, con specifiche e precise soluzioni crono-programmatiche.

Proprio perchè territorio, lavoro, manifatture, piccole medie e grandi attività industriali e produttive contribuiscono al raggiungimento di una crescita e di un equilibrio strutturale del sistema locale e regionale, noi ci impegneremo affinchè i programmi di investimento pubblici e le iniziative di capitale privato siano indirizzate all’immediato miglioramento delle precondizioni strumentali, infrastrutturali e di servizio necessarie allo sviluppo e ai redditi delle comunità, dando prioritariamente urgenza alla richiesta di nuova occupazione produttiva e di ripresa industriale.

Lavoro, occupazione, territorio e sviluppo sono pezzi di un progetto che parte dai sistemi locali e che richiedono un coordinamento che passa dalla rinnovata presenza e centralità del sindacato, senza più eccessivi distinguo e futile diplomazia.

Non ci sono dubbi sul fatto che la difficile fase economica del nostro paese non sia stata ancora superata.

L’Italia è al secondo posto, dopo la Grecia e prima della Spagna, nella classifica della disoccupazione giovanile.

Quel che purtroppo abbiamo constatato che pur ricorrendo agli ammortizzatori sociali, pur approvando strumenti come il Jobs Act, che hanno teso ad agevolare le assunzioni in particolare dei più giovani, la disoccupazione giovanile e femminile strutturale resta ancora il grande dramma del Mezzogiorno  e della Calabria.

Quel che si guadagna in un trimestre si perde improvvisamente nell’altro nel mentre restano inalterate le contraddizioni strutturali che impediscono ogni serio aumento di nuova occupazione che, pur nel quadro di una adeguata e valida flessibilità, non si riducano alla precarizzazione, e all’occasionale lavoretto temporaneo, se non infine alla ripresa di più consistenti e desertificanti flussi migratori giovanile dal Sud verso le città del Nord.

Non una ma più volte, e continuamente, noi come Uil abbiamo posto il problema, chiedendo al Governo alcuni interventi di carattere generale.

La questione centrale, tuttavia, resta invariata: l’occupazione non si può determinare per decreto, ma con investimenti, pubblici e privati, in innovazione, ricerca e infrastrutture.

Questa, per noi, è la principale strada per lo sviluppo.

Ma vi sono anche tanti segnali positivi che rafforzano il quadro d’insieme delle opportunità sulle quali si può riprendere un ragionamento sullo sviluppo nel Mezzogiorno, e in esso della Calabria e del Crotonese.

Nel mese di marzo i dati Istat nazionali sull’occupazione registrano segni di miglioramento che possono essere accolti con speranza, ma con altrettanta cautela.

Siamo solo agli inizi di una ripresa che deve ancora essere consolidata e, soprattutto, diffusa.

Dall´Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, a cura di Banca d’Italia per l´anno 2016, emerge che, nonostante si registri un aumento del reddito medio delle famiglie italiane, cresciuto del 3,5% rispetto a quello rilevato nel 2014, nel contempo è cresciuta la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi accompagnata da un aumento delle persone a rischio povertà, poiché aumentano anche le differenze nella distribuzione della ricchezza: 1 su 4 è a rischio povertà, più elevato per le famiglie giovani.

Nel 2016, il 5% dei ricchi deteneva il 30% della ricchezza complessiva.

Il 30% più ricco delle famiglie ha circa il 75% del patrimonio netto rilevato nel complesso, di cui oltre il 40% è detenuto dal 5% più ricco, che ha un patrimonio netto in media pari a 1,3 milioni di euro.

Al 30% delle famiglie più povere invece resta solo  l´1% della ricchezza.

Il crescente rischio di povertà delle persone, che colpisce prevalentemente le famiglie giovani, ci impone a mettere in campo tutte quelle azioni e misure di sostegno al reddito che non possono, comunque, prescindere dal rilancio di politiche occupazionali.

Proprio in tal senso è stato orientato il nostro lavoro come sindacato anche all’interno dell´Alleanza contro la Povertà che ha contribuito a dotare l’Italia, per la prima volta, di uno strumento strutturale come il ReI – Reddito d´Inclusione, che integra la misura di sostegno al reddito con l’inclusione lavorativa.

In particolare, nel Mezzogiorno  dove si vive una condizione di evidente difficoltà che va affrontata e risolta per dare prospettive ai giovani di questa realtà e per il rilancio di tutto il Paese, a partire dal Mezzogiorno.

La grande occasione per l’Italia per rilanciarsi in Europa e nel Mediterreaneo resta ancora una volta quella di ricominciare dallo sviluppo organico e integrale del  Sud, assecondando immediatamente e seriamente la lenta ripresa del Mezziogiorno dopo gli anni della lunga recessione.

Dopo “sette anni di crisi”, dal 2008 al 2014, nel Sud il Prodotto interno lordo (Pil), nel 2015 e 2016, cresce più della media nazionale.

Nel 2015, la crescita del Pil nel Sud è stata dell’1,1% a fronte della media nazionale dell’1%, mentre nel 2016 la crescita è stata del’1% a fronte dello 0,9% della media nazionale.

Questi numeri sono decisivi perchè segnano il consolidamento della ripresa, il recupero del settore manifatturiero, la tenuta dell’edilizia e il boom del turismo.

Tuttavia per ridurre la forbice con il resto del Paese la strada è ancora molto lunga.

Il Pil pro capite al sud, infatti, è di 18.214 euro, a fronte della media nazionale che è di 27.586 euro con picchi di 34.092 euro nel Nord-Ovest; di 32.454 euro Nord-Est; di 29.660 euro nel Centro.

Ci vogliono seri interventi per la crescita del Sud.

Occorre sfruttare i segnali di vitalità si fanno sempre più intensi e diffusi, soprattutto nel settore manifatturiero.

Per cui servono misure coerenti tra loro e soluzioni innovative per dare speranza e futuro alle persone, partendo dalle giovani generazioni.

La Uil avverte che, per la crescita e lo sviluppo del Sud, non c’è bisogno di politiche speciali, ma di progetti economici concreti di medio periodo che prevedano una maggiore intensità di aiuti e di risorse da destinare al Sud.

In questo contesto “la regola del 34%”, ovvero la previsione che almeno 1/3 della spesa ordinaria in conto capitale delle amministrazioni centrali sia destinata al Sud, potrebbe invertire il trend iniziato all’inizio degli anni 2000 con la contrazione progressiva della spesa per investimenti.

Ciò che va sciolto al più presto è il  nodo dell’efficienza e l’efficacia del funzionamento della pubblica amministrazione, la capacità di spesa e quindi di “assorbimento delle risorse”  e di spesa in tempi europei.

Ammodernamento della pubblica amministrazione, investimenti per il suo funzionamento: sono queste le vere chiavi del successo di vere politiche di sviluppo.

Nel Sud bisogna reintrodurre una politica di fiscalità di vantaggio che colmi il divario produttivo tra le varie aree del Paese.

Produrre al Sud beni e servizi deve avere un costo uguale e non maggiore del 30% in più.

Sappiamo che ciò accade perchè a noi manca un moderno sistema di infrastrutture materiali e immateriali.  

Ecco perchè, particolarmente per Crotone, bisogna attivarsi per ottenere un ridotto regime degli incentivi fiscali, previsto con l’istituzione delle Zone economiche speciali, ogni possibile soluzione per una fiscalità di vantaggio “ossequiosa” delle regole europee sugli aiuti di Stato, agendo sul sistema della fiscalità locale.

Infine, bisogna mettere un freno al salasso di risorse umane che rischia di creare un ulteriore depauperamento del Sud dal momento che ben il 72,5% dei giovani che emigrano sono laureati.

Ma come l’esperienza ci insegna non è scritto, né viene facilmente detto e concesso da nessuno, che tali opportunità della ripresa dello sviluppo economico andranno a distribuirsi in modo corretto e finalizzato nei sistemi territoriali della Regione Calabria.

Anzi proprio dalla nostra postazione noi stiamo assistendo ancora una volta a un ritorno a vecchi metodi del passato, quasi a una irrazionale e illogica corsa alla concentrazione campanilistica all’interno di una Regione che mortifica non solo le vocazioni ma anche le determinazioni storiche di ben definite e secolari aree di sviluppo industriale e produttivo.

A tal punto che su varie problematiche siamo addirittura andati oltre ogni rischio a mortificare realtà produttive consolidate, sfasciando assetti e impianti che tanto sono costati in termini di investimenti e formazione, penalizzando ancora di più le aree più deboli e più svantaggiate. Denunce che anche la UIL Calabria ha ripetutamente sottoposto all’attenzione dei governi regionali.

Noi non possiamo rassegnarci ad una facile emarginazione del gioco politico e sociale.

In quanto parte attiva siamo pronti in sede locale, territoriale e regionale a riconoscere il ruolo non di una ma di più controparti a cui rivolgiamo l’invito e l’appello a riscoprire la propria autonomia e indipendenza di giudizio.

Come sindacato Uil noi vogliamo rilanciare il nostro ruolo di soggetto attivo dialogante e non contrappositivo, a prescindere o aprioristicamente.

Per questo come abbiamo fatto nel passato continueremo ad assumerci le nostre responsabilità nell’azione sindacale di indirizzo e promozione dello sviluppo, dell’occupazione , del lavoro e dell’eguale distribuzione del reddito.

Faremo questo tracciando le problematiche e cercando di trovare insieme le giuste soluzioni convinti che la parola chiave, lo strumento operativo e risolutivo che rende ancora più utile la vertenzialità resta il dialogo e il confronto, intesi come sistema di relazione sempre aperto e attivo con le istituzioni locali, le imprese, chiamando la Regione a cambiare rotta e atteggiamento.

C’è dunque bisogno di un mentalità nuova, di un costante e continuo aggiornamento tematico che tenga conto del nuovo contesto regionale in cui si trova Crotone, delle mutate condizioni di uno sviluppo che non è solo e più nella griglia del vecchio dualismo Nord/Sud ma nell’orizzonte nuovo  del bacino del Mediterraneo, praticamente al centro di una porta aperta su ben tre continenti, l’Europa, l’Asia, l’Africa.

Tutte cose che viviamo nel nostro quotidiano con la concorrenza agricola dei nostri vicini paesi emergenti che ha messo in crisi il nostro settore primario, con le economie del Bric, Tunisia, Marocco, Egitto, e poi Turchia e Israele che conquistano mercati un tempo dominati dai nostri piccoli e grandi produttori agricoli.

E poi con il big businness dell’energia che ci coinvolge persino in impensabili scenari di guerra, come testimoniato dalla Libia, con una sempre più forte pressione dei flussi migratori che ha radicalmente trasformato i parametri della sicurezza interna e di quella civica.

Facendo emergere nuovi fenomeni preoccupanti che comprendono l’arco intero delle problematiche che vanno dal lavoro nero fino alla criminalità organizzata, dalla solidarietà sociale al terzo settore, dal volontariato all’azione di governo e civiltà dell’Unione Europea, dalla presenza e dalla dislocazione delle forze di polizia, persino in termini difesa nazionale e nuove strategie di  dislocazione militare nel Mare Mediterraneo.

Come pure siamo di fronte al mutamento radicale del lavoro sempre più alle prese con uno slittamento solo apparentemente immateriale ed elettronico ma che si riversa in nuove forme di sfruttamento e di aumento dei ritmi e dei carichi di lavoro, sopratutto quando il lavoro si svolge online, fuori dai tradizionali luoghi di lavoro, come gli uffici, le fabbriche, i laboratori artigianali.

Sappiamo tutti come questi repentini cambiamenti nelle modalità di svolgimento e nell’organizzazione del lavoro abbiano profondamente inciso sul modello tradizionale e storico di fare sindacato.

Tuttavia noi siamo certi che la fase più acuta di desindacalizzazione italiana sia in uscita e non in rimonta.

Anzi proprio grazie alla tenuta della UIL si avvertono i segnali di una ripresa regionale della sindacalizzazione, anche nei settori del precariato e della flessibilità, che ribadiscono importanza e ruolo del sindacato.

I riflessi di questa condizione si constatano anche sugli assetti organizzativi dei singoli Sindacati.  

Certo abbiamo una riduzione delle adesioni al movimento sindacale nel suo insieme.

Anche se tale decremento non ha colpito tutti in egual modo.

Proprio recentemente in un apposito report si è messo in evidenza che alla perdita di iscritti per Cgil e Cisl, non corrisponde identico calo per la Uil che, anzi, si presenta come il Sindacato con il migliore rapporto iscritti lavoratori/lavoratrici-pensionati/pensionate, è anche l’unico in crescita.

Un dato che suscita soddisfazione perchè ottenuto dentro  un quadro socio economico sempre più complicato, frutto della tenacia e della tenuta della nostra Organizzazione, a ogni livello, dai singoli delegati sino alle strutture nazionali.

A tal proposito ci piace ricordare l’immenso lavoro svolto da Carmelo e dall’intera segreteria, a partire dalla conferenza organizzativa di Bellaria fino ad oggi che ci avviamo a celebrare il prossimo congresso confederale.

Certo noi non siamo dei nostalgici dei vecchi tavoli di partenariato in cui si confondevano i ruoli e i compiti dei partecipanti.

In ogni caso non possiamo neanche tollerare che le concertazioni siano state di fatto abrogate e seppellite magari con la scusa che molti soggetti imprenditoriali hanno anche saputo costruire azioni dirette di mobilitazione politica a fac simile sindacale, una sorta di sindacato aziendale fai da te in cui tutti si confondevano nella difesa dei propri interessi, alcuni evidenti e padronali altri invece dipendenti e derivati da quelle stesse sorti.

2 – L’INTERNAZIONALIZZAZIONE DEL TERRITORIO

TRA CRISI DELLE AUTONOMIE LOCALI

E NUOVE OPPORTUNITÀ DI RILANCIO INDUSTRIALE

Gli effetti della globalizzazione in una regione periferica come la Calabria hanno innescato processi di disgregazione ma anche di integrazione asimmetrica con marcati dislivelli nelle posizioni delle parti interessate e coinvolte in tale evoluzione.

Questo è proprio il caso di Crotone, dove in questi decenni si è configurata una nuova fisionomia della struttura industriale di base, non più basata sulle industrie derivate della chimica e della metallurgia, quanto invece, fortemente centrata sul settore dell’energia, sia petro-metanifero che eolico, termico e solare, ampliando enormemente il primo impianto di esclusivo carattere idro-elettrico da cui era nata l’originaria industrializzazione calabrese.

Tuttavia questa imponente centralità dell’industria energetica crotonese non si è ancora trasformata nel pilone principale, nell’asse portante di una ricomposizione dello sviluppo territoriale, che è ciò che a noi sta prioritariamente a cuore.

Noi riteniamo che il processo di globalizzazione del nostro territorio non debba più essere considerato come esterno, come ‘off shore’, ma al contrario come interno alle linee di progresso e di trasformazione socio economica del territorio.

Anzi, pur essendo già in notevole ritardo, esso dovrà al più presto trasformarsi in una grande opportunità di nuovo sviluppo, equilibrato e integrato del nostro territorio.

Ciò significa che l’inquadratura del problema va ribaltata considerando opportunità e occasione ciò che oggi vediamo soltanto in quanto vincolo, limite e ostacolo alla crescita del territorio.

Nello specifico a noi  tocca cominciare da subito a mettere in chiaro, ed evidentemente anche vertenzializzare, che l’eldorado energetico crotonese non può restare a costo zero, anzi addirittura in danno e perdita per il territorio e la città capoluogo.

Ciò che noi vogliamo sottolineare, a proposito di quello che già qualcuno ha definito ‘Eldorado Energetico Crotonese’,  è che appare necessario chiudere la fase della ‘deregulation’, dell’incomunicabilità e della contrapposizione strumentale per aprire quella di una nuova contrattualità sui temi delle risorse e delle ricadute di un sempre più gigantesco apparato industriale composto da pozzi, trivelle, perforazioni, siti industriali e quant’altro, comunque direzionalmente acefalo rispetto al sistema economico locale.

Una strategia energetica nazionale è più che mai fondamentale per un Paese che deve realizzare una politica energetica in grado di coniugare sviluppo, sostenibilità, produttività, occupazione e tutela della salute e del territorio.

Tutto ciò dentro i parametri previsti da una nuova e diversa cultura dell’ambiente.

In quest’ottica  anche da Crotone guardiamo con attenzione alla Strategia energetica nazionale (Sen) varata dal Governo che affronta in maniera risoluta le questioni relative alle emissioni “climalteranti” rispetto agli accordi di Parigi del 2015 e sviluppare al massimo la produzione di Fer (Fonti di energia rinnovabili) con modelli distribuiti sul territorio per arrivare alla decarbonizzazione del sistema energetico senza costi occupazionali.  

Anche il nostro territorio e parte non marginale della cosiddetta Transizione energetica che richiede interventi di sostegno all’occupazione, di una formazione continua per nuove figure professionali e di un piano per la riqualificazione delle competenze verso nuovi settori dello sviluppo sostenibile.

Più che altrove servono nel nostro distretto energetico ben precisi investimenti pubblici e privati su questa materia in grado di rafforzare il nostro sistema energetico nel Mezzogiorno e in Italia.

Per cui, dal punto di vista della Uil, una nuova vertenzialità sia di settore che  territoriale deve necessariamente puntare:

1. ad una nuova e più forte diversificazione produttiva dell’industria energetica attiva nel territorio, specie per quel che riguarda i piani di crescita e di espansione metanifere e petrolifere, le biomasse, il termico, l’eolico e l’idroelettrico, con riferimento all’elenco degli impianti in marcia di Eni, Snam, Jonica Gas, Biomasse Italia, Serravalle, Syndial, Terna, A2A, ecc.

2. adeguamento delle risorse manageriali attingendo ai profili professionali formati in sede regionale, chiara definizione degli assetti organizzativi, completamento del ciclo produttivo, raccordo tra imprese energetiche e sistemi istituzionali locali, attraverso uno strumento innovativo che chiamerò “Accordo Quadro di Prefettura”.

Noi non intendiamo criticare quanti hanno con troppa rapidità puntato ad una determinata configurazione geografica delle Zes in Calabria.

Nè tanto meno intendiamo sollevare questioni circa il ruolo degli enti locali nella transazione di conflitti sociali che hanno segnato profondamente  e talvolta pesantemente in negativo, come è il caso del carico di detriti inquinanti lasciati come gentile ricordo e a futura memoria.

Tuttavia riteniamo che le soluzioni lampo, le definitive rimozioni di memoria non siano affatto la via maestra per  impostare giuste e corrette relazioni sia industriali che istituzionali.

Per questo la Uil intende avanzare un ragionamento più meditato e corroborato non solo dall’esperienza pregressa ma anche dall’analisi della situazione attuale.

Vale a dire che una volta dentro le maglie del territorio l’industria energetica nel suo insieme deve fare i conti con esso e insieme stabilire quali siano le regole del gioco.

Occorre pertanto una progettualità nuova all’altezza della complessità e dell’interdipendenza del territorio nel contesto di problemi che riguardano questioni più che mai regolate da specifici e rigorosi protocolli internazionali.

Per questo sull’energia noi vogliamo giocare una partita nuova, dinamica, impegnandoci in primo luogo nel ricercare una progettualità nuova, una concertazione intelligente e vantaggiosa, che siano in grado di governare la complessità e l’interdipendenza in sede locale e territoriale.

Il dialogo e la concertazione sono al tempo stesso premessa e condizione per l’efficacia di processi innovativi che passano, mai come nel caso dell’eldorado energetico crotonese, attraverso il settore e l’area geografica.

Questo confronto va conquistato e impostato in ambito non soltanto locale ma di raggio geografico più ampio, impegnando in questo la Regione e le istituzioni locali, a individuare lo spazio di una vertenza energia che riguarda non solo la Calabria ma anche la Basilicata e in parte anche la Puglia, che sono poi le parti e i punti di una rete energetica che interfaccia metano, petrolio, biomasse, termico, idro-elettrico ed eolico.

Le grandi imprese a cui facciamo riferimento sono tutte vere e proprie big player della globalizzazione.

Esse giocano un ruolo cruciale all’interno dello sviluppo delle reti e delle infrastrutture dell’intero Mediterraneo.

La Calabria non può restare esclusa da queste enorme ed avvincente partita.

Per quanto apparentemente marginale Crotone è un avamposto, si trova in pole position.

In sintesi noi come Uil intendiamo rimarcare la necessità di una vertenza territoriale sui temi e i punti dell’internazionalizzazione, costruendo insieme aree più ampie come quelle già ritagliate dalle stesse imprese multinazionali con il distretto di Basilicata e Calabria.

Vogliamo cioè riferirci all’arco intero del Golfo di Taranto, dove è in atto una complessa ristrutturazione industriale da cui emergeranno le linee operative e di rilancio per l’intera industria del Mezzogiorno.

Da qui l’individuazione di punti e obiettivi di una Piattaforma Industriale che richiede una strategia e un progetto capaci di integrare, con il contributo dialogante e vertenziale del sindacato, uno spazio economico sub-regionale, uno spazio tecnologico, uno spazio sociale e solidale.

In questa direzione dobbiamo avere più coraggio, osare di più rispetto al passato, altrimenti lo faranno altri al nostro posto.

Industria 4.0 è per questo un argomento che torna a riguardarci e  su cui dobbiamo aprire un dialogo sia in sede comunale che regionale.

Impresa 4.0 è una realtà con la quale dobbbiamo a fare i conti.

Si tratta di un processo di modernizzazione importante, che non  può vedere esclusi né Crotone, né il Crotonese, né la Calabria, come frequentemente sollecitato dalla UIL regionale.

Il nostro appello si rivolge soprattutto alla Regione Calabria, affinchè non solo in sede di Giunta ma anche di Consiglio Regionale, si torni a porre all’ordine del giorno la questione della modernizzazione dell’apparato produttivo calabrese, ponendo i problemi nel contesto di una forte interlocuzione con il governo, dentro il quadro non solo della coesione ma in quella che propongo di chiamare una nuova contrattazione sociale e  collettiva dell’intera Calabria per l’industria sostenibile e l’occupazione.

E vogliamo farlo perchè riteniamo incomprensibile che accanto a quello che è stato chiamato ‘Eldorado Energetico Crotonese’, si faccia più esteso e profondo il bacino della povertà.

Il tema dell’impresa 4.0, insomma, deve uscire dalle idee di Minerva e trasformarsi in un progetto per dirla non con il nome di una divinità ma quella di un pozzo tra i più importanti dell’Eni, progetto di Hera Lacinia.

E quindi non solo materia di chiusura di contenzioso ma di apertura di vertenza.

Materia di confronto serio tra le imprese tutte, locali, regionali e multinazionali, con il colosso petro-metanifero, le  istituzioni e tutte le parti sociali interessate a una nuova stagione che punti allo sviluppo e, contemporaneamente, alla difesa dell’ambiente e degli interessi del territorio e della popolazione locale.

In questo senso l’UIL ritiene, prima  di tutto, preliminarmente agire sulla sperequazione primaria che è costituita dall’atteggiamento storico e attuale dell’Eni verso il territorio, spesso con accenti persino colonialistici.

Verso Eni c’è bisogno di una politica di pari dignità.

La nostra classe dirigente deve essere pronta ad un confronto alto e dignitoso con l’Eni.

A cominciare dal pretendere una vera bonifica del sito industriale che restituisca quel territorio alla libera scelta pianificatrice coerente col modello di sviluppo ecologico e turistico che la città ha scelto.

Bisognerà attivare tutti gli strumenti, ad iniziare da quelli comunitari e nazionali, passando da quelli amministrativi locali e sperando di non dover adire quelli giudiziari, affinché la bonifica del sito industriale sia una vera bonifica e non solo una messa in sicurezza, che ci preserverebbe dai danni alla salute ma lascerebbe pregiudicato lo sviluppo economico incompatibile con la “morte” di quel territorio.

Chiarire la questione subsidenza per le “piattole” dell’Agip che succhiano il metano, dandoci in cambio solo il danno sicuro  di immagine, ma si teme anche ecologico, di enormi proporzioni.

Insomma con Eni si deve trattare con ragionevolezza ma fermi come una roccia su questi  punti essenziali, il nostro territorio deve essere risarcito interamente della sua dignità.

Da qui  occorre riaccendere il motore delle rivendicazioni del lavoro, dell’occupazione, della reindustrializzazione nei termini della compatibilità e della sostenibilità ambiente della città e dell’intero capoluogo.

Lo facciamo nella convinzione oggettiva che senza una ripartenza dal fulcro reale dell’economia locale che è appunto il settore energetico, in via diretta come estrazione e poi successivamente nelle sue derivazione produttive, senza la definzione di una catena industriale e di un ciclo produttivo integrato, non si può uscire da questa situazione che tiene in ostaggio economia, sviluppo, lavoro, occupazione, ambiente e infrastrutture.

Noi vogliamo introdurre una profonda innovazione di procedura nella vertenzialità territoriale.

A partire dal fatto che non è più possibile vedere e considerare slegati pezzi e unità produttive che fanno parte di una rete strategica complessiva di importanza nazionale e internazionale.

Ecco perchè a noi tocca comprendere con immediatezza e rapidità in quali sedi istituzionali e vertenziali si dovrà dare sostanza alle nostre legittime rivendicazioni di integrare questa straordinaria importanza strategica del bacino energetico crotonese con le sempre più pressanti aspirazioni di crescita, di lavoro e di occupazione delle popolazioni e del teritorio.

Con un’immagine voglio cioè evidenziare, quasi come se fosse una slide, il legame, il grado di collegamento esistente, per esempio, tra la Centrale termoelettrica di Scandale, gestita dalla Società Ergosud, partecipata pariteticamente dal Gruppo EPH e da A2A Gencogas S.p.A., situata nel territorio del comune di Scandale in località S. Domenica nella zona centro-orientale della Calabria.

Cioè un impianto di produzione, in esercizio commerciale da giugno 2010, un’infrastruttura energetica di ultima generazione che adotta una tecnologia altamente efficiente ed ecocompatibile, che ha una potenza complessiva installata di 802 MW e un rendimento netto del 56% circa, ed è costituita da due moduli di generazione a ciclo combinato CCGT, potenzialmente cogenerative, ognuno dalla potenza nominale di 407 MW, dove in ogni unità gira H24 una turbina a gas e una turbina a vapore con i relativi generatori elettrici.

Dove attraverso il proprio metanodotto di circa 6 km, la Centrale è alimentata dalla rete nazionale ed è connessa all’adiacente stazione alta tensione Terna con un elettrodotto interrato di circa 100 m, con le pale eoliche del più grande parco europeo a Isola Capo Rizzuto.

O ancora la correlazione esiste con le piattaforme metanifere che sono diventati le nuove torri del nostro water front sulla costa, e ancora con l’arsenale industriale che è si insediato in località Capocolonna, un’area che non sappiamo più se sia soltanto zona archeologica, se sia ancora area turistica, se sia in qualche modo rimasta contrada rurale e agricola, e non invece di fatto e senza alcun specifico riferimento a un piano regolatore particolareggiato, una vera e propria zona industriale, con tanto di impianti termici, sensori tecnologici, turbine, e quant’altro necessario all’estrazione e alla distribuzione del gas metano.

Grave sarebbe infatti mantenere separate e distinte queste realtà dal contesto del territorio.

Noi come Uil non vogliamo ostacolare lo sviluppo delle imprese, siamo per il mercato e per la democrazia economica, e pertanto è naturale la nostra inclinazione e voler prendere atto  dei dati e della concretezza, che pone alla nostra attenzione e a quella di tutti, la presenza integrata di un’industria energetica che conta tra occupati diretti e indotto ormai oltre 5.000 addetti in tutto il territorio.

Un impianto occupazionale rilevante che si è diffuso nel territorio, per così dire mimetizzato nel paesaggio e nell’ambiente e che rischia di non essere  altrettanto visibile come lo furono le tre grandi concentrazioni industriali del passato.

Da qui vogliamo iniziare per voltare pagina, a sentirci orgogliosi di far parte di una rete globale, ma anche impegnati a mettere in campo una battaglia riformista e di progresso, per la conquista di un nuovo livello di civiltà e di benessere territoriale che passa obbligatoriamente dal superamento della contraddizione tra la presenza operativa e positiva di Grandi Infrastrutture Energetiche e lo stato di arretratezza e sottosviluppo del sistema economico e sociale locale e territoriale.

3 – PIANI URGENTI PER AFFRONTARE LE EMERGENZE.

RILANCIARE LE INFRASTRUTTURE AREALI:

UN PASSO STRATEGICO PER NUOVA  OCCUPAZIONE,

LAVORO  E SVILUPPO

Come Uil abbiamo più volte denunciato la condizione di deficit infrastrutturale in cui si trova l’intera area del crotonese.

Noi intendiamo ancora ribadire in questa nostra sede congressuale che senza una seria azione pubblica sul piano delle infrastrutture non sarà possibile uscire dall’attuale situazione in cui si trova la nostra economia locale.

Manifatturiero, portualità e logistica, agricoltura e turismo sono i pilastri su cui si può concretizzare il rilancio economico del Mezzogiorno per integrare di più il Sud nell’Italia e nell’Ue.

La volontà politica manifestata in tutte le regioni del Mezzogiorno è certo l’espressione più évidente delle reali e concrete contraddizioni sociali ed economiche di un Paese che non ha mai avuto fin qui uno sviluppo integrale ed omogeneo ma strutturalmente diseguale e dualista.

Il problema secolare di lunga durata resta quello di un programma per il superamento del divario Nord/Sud. A conti fatti,nello scenario europeo e globale non dovrebbe convenire più ad alcuno,nè al settentrione nè al meridione, lasciare inalterato questo stato di cose presente.

Un’occasione che deve spingere l’Italia a diventare in Europa come Francia e Germania rilanciando la questione di interesse nazionale dello sviluppo del Meridione.

Infrastrutture e logistica sono i cardini dello sviluppo e della crescita del Paese e dei territori.

Crotone e la Calabria non possono prescindere da una moderna e funzionale rete infrastrutturale.

Infrastrutture adeguate sono la precondizione necessaria per favorire l’insediamento delle imprese e, quindi, per creare nuova occupazione.

Ogni impresa industriale cerca di insediarsi laddove il sistema infrastrutturale, in generale, e dei trasporti, in particolare, (porti-interporti-ferrovia-caselli autostradali ecc.) gli è più congeniale e dove la migliore accessibilità del territorio consente di contenere i costi di produzione e di distribuzione.

La Uil a livello nazionale sostiene chiaramente che le risorse impiegate a tal fine non possano essere concentrate solo sulle grandi opere, ma devono riguardare anche interventi di dimensioni medio piccole, realizzabili in tempi rapidi a livelli comunali e regionali.

Sappiamo che è urgente concentrarsi anche sul potenziamento e sulla manutenzione della cosiddetta viabilità secondaria (stradale e ferroviaria), in modo tale da facilitare la connessione con le grandi arterie e i grandi corridoi e con la logistica portuale.

Sempre in questa direzione, andrebbe predisposto con urgenza un piano straordinario di interventi, rapidamente cantierabili, finalizzati al risparmio energetico e/o alla sicurezza a partire da scuole e ospedali, edifici pubblici a cui affiancare interventi per la sicurezza idrogeologica, bonifiche e riduzione del rischio sismico.

Per questo dobbiamo tornare a ragionare insieme, iniziare a impostare una filiera produttiva interessata alla valorizzazione infrastrutturale, al superamento di problematiche che frenano l’intero sistema locale, a combattere, anche, un clima eccessivamente pessimistico sul futuro.

In questa cornice appare sempre più prioritario il tema delle infrastrutture, prima di tutto quella portuale.

Il rilancio del porto, richiede un piano operativo specifico, un idea guida per questa infrastruttura che può essere trovata e condivisa aprendoci ad un approfondimento utile a connettere Porto, Città e Territorio.

Industrializzazione della Portualità è il modo diverso e innovativo per ripensare il nostro porto, perchè da noi la vera industria è questa se solo si tiene conto anche dei dati di questi ultimi venti anni che hanno visto le nostre banchine diventare l’hub più importante della dorsale eolica calabrese e lucana come pure un punto rilevante nello sbarco e nello smistamento delle biomasse.

Industrializzare la Portualità sul versante Jonico.

Il porto deve essere il nostro volano non fosse altro perchè basta  solo ricordare che un terzo dell’interscambio commerciale italiano avviene con modalità marittima: il dato sale al 63% se si considera il solo Mezzogiorno e raggiunge un 76% se si prende a riferimento l’area Sud del Mediterraneo.

Senza contare l’incidenza di un settore imprenditoriale che nella filiera conta oltre 45 mila imprese, concentrate per lo più in Campania, Sicilia e Puglia.

Certo noi abbiamo dato prova di non volerci perdere nei campanilismi più angusti,  specie aderendo all’Autorità Portuale di Gioia Tauro.

Ma non vorremmo che tutto questo costasse troppo al territorio.

Magari finendo per assecondare coloro che volutamente hanno dimenticato di guardare con uno sguardo d’insieme alla nostra naturale posizione geografica, interna ad un area vasta che oggi coincide con il distretto energetico della Lucania, della Calabria e della Puglia e che praticamente ricade nel Golfo di Taranto, di cui il punto estremo è Crotone, con Capo Lacinio.  

Proprio dallo stato della portualità crotonese, dalla mai sopita vocazione di diventare un grande porto del Mediterraneo, emerge con forza la necessità di un cambio di paradigma, di una nuova stagione all’insegna dell’industrializzazione del porto, in grado di mettersi al servizio dell’economia reale, configurata attorno al bacino energetico e alla sua ormai robusta presenza produttiva.

Elettrificazione e Raddoppio della Ferrovia Jonica

Identico discorso di rilancio e riordino è necessario per la linea jonica ferroviaria su cui è urgente non solo dare velocità ai treni ma sopratutto impulso e rapidità agli investimenti per il raddoppio dei binari, l’elettrificazione e i raccordi necessari con la linea tirrenica e i collegamenti  con la dorsale adriatica.

E’ chiaro che una tale situazione richiede risposte alle emergenze della mobilità e dei trasporti.

Per cui non è detto che non si possano anche prospettare soluzioni nuove, compresi investimenti di privati, magari a carattere internazionale, per ridare funzionalità a una linea jonica che ha molte potenzialità, in termini turistici, commerciali ecc., particolarmente per la centralità mediterranea che questa parte geografica va assumendo come porta per l’Asia, l’Africa e il Medio Oriente, tale da immaginare di portarla a livelli diversi di fruibilità ed efficienza.

Come pure è il caso di dire che restiamo in qualche modo sconcertati nell’apprendere che Trenitalia rileva e compra, e lo diciamo con soddisfazione e orgoglio italiano, la principale compagnia ferroviaria della Grecia, divenendo il primo gestore delle linee ferrate elleniche, a fronte della condizione in cui si trova l’intera tratta che va da Reggio Calabria fino a Taranto.

Mentre nel Paese ci sono situazioni come è quella di abbandono della linea ferroviaria jonica, vediamo che le scelte del Gruppo FS, sono state quelle di globalizzare gli investimenti, acquisendo una volta un pezzo delle ferrovie inglesi (circa 80 milioni di euro), da un’altra parte le ferrovie greche (circa 45 milioni di euro) e creando società ad hoc per entrare in nuovi business all’estero.

Non si conosce esattamente il costo di tali operazioni, mentre in Italia mancano i soldi per gli investimenti.

Nella nostra regione si dovrebbe pensare al raddoppio e alla elettrificazione della jonica dove si continua a viaggiare se non a singhiozzo ancora  a scartamento ridotto.

C’è, dunque, più che mai bisogno di una visione integrata e innovativa di un  piano organico di trasporti, mobilità e collegamenti che punti a prevedere nelle leggi di bilancio dei prossimi anni adeguati investimenti pubblici per  impiantare nella Calabria jonica adeguati raccordi e congiunzioni tra reti infrastrutturali locali e nazionali.

SS 106 e 107 Rilanciare la mobilità stradale adeguando le strade joniche e silane agli standard europei. Potenziare una rete veloce di collegamento Nord/Sud su gommato e ferrato riordinando il settore regionale dei trasporti civili.

Egualmente dobbiamo rinnovare richieste e confronto sulla SS.106 e 107, sulla viabilità interna provinciale e sull’Aeroporto che restano punti vertenziali decisivi per dare un volto diverso al territorio e alla qualità della vita delle popolazioni e dei cittadini.

Anche su questo noi riteniamo sia giunto il momento di attivare una comune e unitaria attenzione al fine di riordinare la giungla degli autotrasporti calabresi, adeguandola agli standard europei previsti dalla mobilità su gommato.

Si tratta di servizi che devono essere al più presto rimodulati, guardando ai livelli di occupazione, ai carichi di lavoro, alle forme organizzative che si devono concordare sia con i sindacati interni alle più importanti imprese di trasporti, sia  sul piano di una rinnovata vertenzialità territoriale e locale con le istituzioni.

Aeroporto struttura essenziale per il turismo e la destagionalizzazione dell’accoglienza. Crotone Aeroporto dell’intera Riviera Jonica

Sul tema aeroportuale ribadiamo la nostra linea, le nostre critiche, rilanciamo gli stimoli, mettendo ancor più in chiaro che è necessario rivedere non solo le forme di gestione ma anche e soprattutto le finalità specifiche dei singoli scali regionali.

L’immediato sviluppo del turismo nel nostro territorio passa attraverso il radicamento dei voli Low Cost vicino alle località turistiche e allo sviluppo dei voli del terzo livello del corto/medio raggio.

Scali come Crotone che coprono l’area dell’intera Riviera Jonica

meritano una diversa attenzione sia da parte dei Tours Operators per i Charter che da parte delle compagnie aeree Low Cost.

Per la Calabria Jonica c’è un orizzonte nuovo, bisogna cogliere in fretta le nuove opportunità, i bisogni di chi viaggia e le migliori offerte vettoriali capaci di orientare i flussi turistici.

Ai vettori low cost e charter servono aeroporti funzionali ed economici, dunque, attivi, aperti e non di fatto dismessi come è il nostro.

Se l’Aeroporto è aperto i vettori sono interessati, se resta chiuso vuole dire che nessuno fa niente per renderli adeguati e compatibili con il mercato low cost.


Anche a definire il nostro un aeroporto secondario questo non significa che non abbia alcun futuro di mercato e di proficua attività.

Crotone è  e deve essere uno scalo importante non solo come alternativa ai costosi hub tradizionali ma anche per via del fatto che la densità di infrastrutture aeroportuali adesso non può più essere misurata in base al territorio calabrese ma in rapporto a un’area geopolitica immensa, come è  l’intero Mar Jonio, in cui Crotone sta al centro.

Contrariamente alle idee che circolano in Regione, la Commissione Europea ha continuato a ribadire che gli aeroporti regionali, e Crotone lo è a tutti gli effetti, assolvono un servizio fondamentale poiché servono ad assicurare i collegamenti con aree periferiche, svolgendo un compito decisivo per la coesione e l’accessibilità a livello Europeo.

Crotone in questo senso, inquadrato nell’intera Riviera Jonica e nello Jonio Mediterraneo, rappresenta una formidabile “riserva di capacità” che deve aprirsi ad un numero sempre maggiore di vettori, interessati all’accesso in aeroporti non congestionati, con elevata efficienza operativa ed a tariffe più competitive.

Bisogna, dunque, partire dall’indicazione specifica e ponderata di un’offerta di mercato che fornisca un servizio di trasporto aereo al miglior rapporto qualità/costo.

4 – UN TERRITORIO DEBOLE ATTRAVERSATO DA IMPONENTI FLUSSI MIGRATORI. QUALI SCELTE TRA ACCOGLIENZA, SERVIZI, IMPRESE E LAVORO? L’INDOTTO DELLA SOLIDARIETA’ GLOBALE TRA NUOVA OCCUPAZIONE, EMERGENZA SICUREZZA E LEGALITA’

L’Europa e non solo l’Italia è più che mai alle prese con una grande trasformazione sociale determinata da molteplici cause, tutte dovute dalla globalizzazione.

Si va  dagli squilibri nello sviluppo con altri continenti, ai conflitti nelle aree di migrazione, al declino demografico, alla crescente pressione migratoria, alla deregolamentazione  del mercato del lavoro, all’insorgere di fenomeni discriminatori e razzisti, fino a un sempre maggior conflitto sociale.

L’Italia, che continua ad essere in difficoltà produttiva e occupazionale, oltre a registrare un peggioramento della propria situazione demografica, ha visto aumentare i flussi migratori e la presenza degli stranieri.

Tra il 2014 e il 2016 la popolazione straniera presente in Italia si attesta all’8,3% di quella totale.

Attualmente sono 5,3 milioni gli stranieri residenti nel nostro Paese (3,7 milioni i non comunitari), il 52,4% donne, il 20,6% minori.

A questi vanno aggiunti circa un milione di cittadini naturalizzati.

A differenza del primo decennio del nuovo secolo, quando il numero degli stranieri è praticamente triplicato, la crisi economica ha indotto a un cambiamento dei percorsi e dei comportamenti migratori: l’Italia è diventata prevalentemente un’area di passaggio verso i Paesi del Nord Europa.

Durante il 2016 sono stati rilasciati 227.000 nuovi permessi, il 5% in meno rispetto all’anno precedente.

E’ continuata, invece, la rapida crescita dei nuovi permessi per motivo di asilo e protezione umanitaria che ha raggiunto il massimo storico: 78 mila, il 34% del totale dei nuovi permessi.

Dal 2014 in poi un nuovo ciclo migratorio, con differenti caratteristiche, ha preso piede in Italia e in Europa: non più ingressi per motivo di lavoro, ma soprattutto per motivi familiari e per ragioni di protezione umanitaria.

Tra il 2014 e il 2017 quasi 600 mila persone sono sbarcate sulle nostre coste con l’obiettivo di lasciare rapidamente il nostro territorio e dirigersi in Germania, Svizzera, Inghilterra, Francia o altri Paesi del Nord Europa.

Anche molti degli stranieri tradizionalmente presenti hanno deciso di lasciare il Bel Paese, assieme a circa 700 mila giovani e meno giovani italiani. Secondo l’Istat, tra i migranti giunti in Italia nel 2012, solo il 53,4% è ancora presente al 1° gennaio 2017.

Per quanto riguarda i nuovi flussi dal Mediterraneo, comunque, il meccanismo prodotto dal regolamento di Dublino li ha sostanzialmente bloccati alle frontiere interne, trasformando l’Italia in una sorta di collo di bottiglia dove si sono concentrati i flussi principali provenienti dall’Africa Sub-Sahariana.

Molti stranieri (nuovi arrivati o gente che ha perso il lavoro) sono finiti nelle maglie dell’economia sommersa producendo un impressionante fenomeno di dumping lavorativo, comprimendo le retribuzioni e peggiorando le condizioni di lavoro, con grave danno per tutti.

I più recenti fatti di cronaca a proposito del sistema di accoglienza ai migranti, le inchieste portate avanti dalla magistratura che hanno smantellato le reti criminali che avevano messo le mani sul Cara di Isola Capo Rizzuto, hanno messo in evidenza quanto può accadere quando fenomeni di portata globale, grandi eventi come le migrazioni e gli spostamenti di milioni di persone, si impattano in un territorio debole e a rischio come è il nostro, quello del crotonese.

Se c’è una lezione che dobbiamo cogliere dall’inchiesta della Procura antimafia di Catanzaro, a proposito degli intrecci perversi tra sistema dell’accoglienza e ‘ndrangheta, è che nella lotta alla criminalità organizzata non bisogna mai abbassare la guardia a nessun livello, nenche a quello istituzionale.

Tuttavia quanto accaduto ad Isola Capo Rizzuto con il caso della Misericordia, preso atto delle responsabilità penali dei gruppi criminali e di chi li favorisce, preso atto dell’azione forte della legge, pone la questione più generale di quanto è stato fatto fin qui a livello di politiche di intervento pubblico, per affrontare l’impatto dell’immigrazione in un territorio debole e a rischio legalità come è sempre stato il nostro.

Se come affermiamo, l’arrivo, la presenza e il transito dei migranti nel crotonese, mette in evidenza un altro degli aspetti di quel processo di internazionalizzazione della nostra società locale, solo apparentemente distante sull’altro fenomeno dell’internazionalizzazione energetica su cui prima mi sono soffermato, anche questo fattore rientra nelle voci di una nuova vertenzialità e prassi negoziale che vogliamo e dobbiamo portare avanti.

Lungi da noi slegare l’aggressione messa in atto dai cartelli criminali verso il settore dell’accoglienza e della solidarietà globale.

Lungi da noi sottovalutare il terribile pericolo rappresentato dall’espansione e dal radicamento delle organizzazioni criminali nel nostro territorio.

Ma anche lungi da noi sottovalutare i diversi fattori concomitanti che similmente allarmano e preoccupano, come le distorsioni degli organismi amministrativi statali, l’incapacità degli apparati istituzionali a gestire le trasformazioni sociali e culturali che nel territorio crotonese e in Calabria ha messo in atto il fenomeno migratorio, soprattutto a livello economico e dei servizi di assistenza, a livello di formazione di nuovi apparati affaristici interessati a lucrare sui fondi pubblici ed europei.

Ai rischi di un’immigrazione che si è insediata con il centro Cara in una vasta area degradata dal punto di vista socio economico, dove vi è presenza di un’ enorme disoccupazione e precariato, spesso in assenza di regole e di controllo, è necessario contrapporre un progetto di integrazione territoriale valido, in grado di collegare tutte le componenti interessate alla gestione di una grande opportunità.

Lo avevamo detto più volte che di fronte alla portata di un simile evento non poteva bastare la Chiesa e la Parrocchia locale.

Non poteva bastare il piccolo e già vulnerato comune di Isola, e non poteva bastare neanche uno Stato scoordinato e slegato nei suoi stessi apparati come dimostra infatti l’analisi attenta che emerge della stessa inchiesta della Dia.

Almeno agli analisti e agli osservatori più accorti non era sfuggito infatti che era quanto meno necessario attuare una revisione critica e un controllo sul carico abnorme di servizi e responsabilità, cioè rilevanti e complessi compiti di base, affidati spesso alla rinfusa a semplici associazioni no profit.

Mentre ancora l’intero sistema pubblico e istituzionale territoriale non era in grado di fornire un’affidabile intelaiatura minima ed essenziale per supportare un tanto difficile ed emergenziale sistema di protezione sociale, civile e di sicurezza.

Sarebbe stata necessaria e lo è ancor di più oggi, dopo l’inchiesta della magistratura, una puntigliosa e ampia concertazione di tutti i soggetti e gli attori che ancora oggi restano divisi e fuori da un logica e da un progetto unitario per affrontare in modo permanente e strutturale la questione dell’accoglienza migranti nel nostro territorio.

Andare  Insieme Verso il Progetto di una CittàTerritorio dell’Accoglienza e della Solidarietà Globale

Ovviamente, e ancora lungi da noi addossare tutte le colpe al comparto del volontariato, noi adesso dobbiamo guardare a tutte quelle opportunità che possono e devono prevalere sui rischi, se essi si governano insieme, con il confronto e con il dialogo, che purtroppo fin qui è totalmente mancato.

Da quanto è emerso in questi venti anni nell’ambito dei servizi  dell’accoglienza, l’accrescersi smisurato della problematica dei migranti, ci dice che siamo di fronte ad un settore particolarmente delicato della ‘solidarietà sociale’ che rappresenta  non solo un tema di lotta politica nazionale ed europea ma anche, oltre ogni propaganda e demagogia, una risorsa cruciale nel sistema nuovo di welfare europeo, regionale e territoriale.

Certo ci muoviamo nell’ambito di quell’azione “altruistica e solidaristica non a fini di lucro” che è stata spregiata e negata dall’azione criminale.

Tuttavia qui non si tratta di ridurre l’impatto alla sola questione morale ma cominciare a dare risposte innovative, diversificate, a partire dal sapere assegnare un giusto posto all’immigrazione e alla solidarietà globale nello sviluppo locale del nostro territorio.

Il primo passo è dunque quello di prendere atto che l’immigrazione è diventata una questione centrale del nostro territorio, un prodotto in termini di servizi per la comunità nazionale ed europea, che viene fornito dal nostro territorio e che ne paga tutte le conseguenze negative anche in termini di immagine mediale.

Proprio perchè sappiamo che i flussi migratori provenienti dall’Africa e dall’Asia non sono né saranno un fenomeno residuale, noi dobbiamo aprire un dialogo diverso su come integrare i programmi pubblici di sviluppo territoriale con questo impatto di notevole portata.

Senza una svolta basata sulla seria conoscenza del fenomeno migratorio nel crotonese e in Calabria, senza una definizione di rapporti, ruoli e spazi comuni tra volontariato e sindacato, diventa difficile il raggiungimento di intese e governance di tale realtà.

Tutto questo proprio quando il nostro comune intento non è quello di ‘sfruttare’ i migranti e i flussi migratori, bensì di metterli dentro una rete e un sistema di integrazione, dignità, pari opportunità, cioè di aumentare la difesa dei diritti del territorio, attraverso l’aiuto e la solidarietà internazionale.

Questo dialogo aperto e proficuo deve mirare a sperimentare nuove metodologie di intervento negoziale e vertenziale, promuovendo una diversa partecipazione in termini di formazione delle profesionalità richiste dal mercato del lavoro specifico, monitorando costantemente l’evoluzione della situazione e delle attività nel settore dei migranti.

Ciò renderebbe sostenibile e possibile una rivendicazione sindacale e istituzionale per l’adozione e il finanziamento di nuovi programmi per l’accoglienza dei migranti, superando il mero dato di contenimento e di repressione, individuando programmi innovativi in materia, con l’obiettivo di incrementare occupazione, servizi, accanto all’azione di volontariato, con una funzione di stimolo, miglioramento e azione di tutela.

A conti fatti il Centro Cara di S.Anna è il 28° comune della Provincia di Crotone con una popolazione residente, sebbene mutante da periodo a periodo, che va da 2000 fino a un massimo di 3000 abitanti.

Da qui l’idea di un grande progetto di CittàTerritorio della Solidarietà e dell’Accoglienza, un grande faro di civiltà e umanità nel Mediterraneo, un idea progetto che bisognerebbe cominciare a coltivare, magari riprendendo spunti e suggestioni già accumulati nel passato, come furono quelli del Villaggio Pitagorico Universale abbozzato e disegnato dall’insigne architetto Paolo Portoghesi.

Per questo ci faremo promotori di lanciare la proposta di un primo incontro a livello provinciale e non solo, per aprire un confronto su questa tematica dell’immigrazione, avviando una collaborazione operativa a livello di sindacati, associazioni e gruppi, istituzioni, da costruire nel territorio, per promuove una politica attiva e di sviluppo sul tema dei migranti, degli hot spot e quant’altro in merito.

Tanti sono infatti i problemi in settori a forte concentrazione di immigrati, quali l’agricoltura, l’edilizia e i servizi alla persona, la logistica.

Non si può negare, in questo quadro, quanto sia profondo, anche all’interno del mondo che cerchiamo di rappresentare, un clima di diffidenza, preoccupazione e, spesso di intolleranza, che va certamente contrastato ma anche compreso.

Gran parte di ciò è frutto, oltre che per le campagne politico-mediatiche, anche del non-governo delle dinamiche migratorie e della poca intensità di azioni tese all’integrazione socio-lavorativa, specialmente nelle regioni del Mezzogiorno, ma non solo, dove si registrano casi di grave sfruttamento, caporalato e negazione dei diritti contrattuali, con gravi effetti in termini di dumping lavorativo e sociale.

5 – SPERIMENTARE NUOVI STRUMENTI SINDACALI E VERTENZIALI: L’ACCORDO QUADRO DI PREFETTURA

Sindacato, imprese, associazioni, enti locali, regione, stato centrale, governo sono chiamati ad attivarsi per  introdurre nuovi strumenti di dialogo, confronto, concertazione, contrattazione dei livelli di sviluppo del territorio.

Per la Uil la concertazione e la contrattazione sulle scelte di bilancio degli Enti territoriali sono strumenti decisivi per incidere sulle scelte di politica fiscale, sociale, economica e finanziaria nel territorio.

Sappiamo bene che le scelte di bilancio delle Regioni, Provincie e Comuni incidono quasi e più della stessa Legge di Stabilità e rappresentano delle vere e proprie finanziarie locali.

Negli ultimi anni si è sviluppata in molti territori la prassi della negoziazione sui bilanci preventivi delle Istituzioni locali: si sono firmati accordi, protocolli, a volte innovativi.

Ecco perché, per la Uil, la contrattazione sui bilanci delle Regioni, Provincie e Comuni, con riferimento alle scelte finanziarie, è un elemento fondamentale della propria azione a tutela del reddito dei lavoratori e dei pensionati.

Una buona contrattazione con gli Enti territoriali, per il forte impatto che ha la finanza locale sui salari e pensioni, spesso equivale a un beneficio economico talvolta superiore a quello di una buona negoziazione contrattuale di categoria o di azienda.

Per questo è importante consolidare la contrattazione territoriale e locale, diffondendola su tutto il territorio nazionale, attraverso una nuova sinergia tra il livello confederale e il livello categoriale.

Ecco perchè è importante saper leggere i bilanci di Regioni, Provincie e Comuni, per conoscere quanti sono e come sono spesi i nostri soldi.

La funzione fondamentale che il sindacato deve svolgere nel nostro contesto è quella di dare impulso allo sviluppo sociale ed economico, anche individuando adeguati strumenti innovativi, procedure e protocolli proficui come potrebbe essere ciò che noi indichiamo con il nome di Accordo Quadro di Prefettura.

Un Accordo Quadro di Prefettura, potrebbe praticamente diventare il Documento di Programmazione Territoriale pluriennale, in cui scrivere quanto si viene a concordare ed elaborare tra più soggetti che intendano stipulare un accordo, ancor più se tra tutte le componenti sociali, economiche e istituzionali, locali, provinciali e regionali, presso la Prefettura che è espressione circondariale del Governo Centrale.

Tutto questo sulla base di richieste, proposte, rivendicazioni e progetti di sviluppo, finalizzati alla crescita economica e sociale, alla lotta alla disoccupazione che dobbiamo e vogliamo trovare attraverso il dialogo e il confronto.

Un dialogo e un confronto serrato che deve assumere carattere vertenziale e collettivo sui problemi di struttura, che accanto a quell’industria del manifatturiero, dell’immigrazione e dei servizi di solidarietà, oltre che ai prioritari bisogni infrastrutturali della mobilità e dei collegamenti, riguardano il settore dell’Agricoltura, con riferimento a un riordino e un coordinamento a livello territoriale delle azioni pubbliche in favore del primario, andando oltre la logica dell’assistenzialismo, per rimodulare, invece, l’economia rurale, privilegiando i punti di forza innovativi, tutelando le coltivazioni di pregio come l’olivicoltura e la viticoltura, il grano e altre produzioni di massa, le filiere agroalimentari di qualità,  concentrandosi sulle opportunità anche industriali che provengono dal nuovo quadro delle politiche agricole comunitarie e mediterranee;

nella Sanità che in una realtà come la nostra è purtroppo penalizzata da tanti limiti e ostacoli, anche se si sono affermate nuove aziende di servizi che hanno faticosamente e costosamente scelto i segmenti dell’eccellenza, come Dentalia, S.Anna, Villa Romolo, Marrelli Hospital, Star Bene.

6 – RILANCIARE LA VERTENZA PROVINCIA.

MOBILITARE I CITTADINI PER RIAPPROPRIARCI DEL TERRITORIO

A questi livelli di rapporti va riaperto immediatamente il confronto sulla Provincia, trasformandolo in specifici punti di piattaforma e di vertenzialità  non solo per i lavoratori dipendenti ma anche per i cittadini e il territorio.

Purtroppo conosciamo bene l’esito della Legge 56/2014 e di quello che doveva essere il suo percorso attuativo che non è riuscito a trovare una concreta applicazione.

Nonostante l’approvazione Legge regionale 22 giugno 2015, n. 14, Disposizioni urgenti per l’attuazione del processo di riordino delle funzioni a seguito della legge 7 aprile 2014, n.56, è continuato il processo di disgregazione e di destrutturazione  della Provincia.

In via di concreta ristrutturazione e rilancio con rinnovate e adeguate competenxe territoriali dell’ente ancora non vi è stato alcun tentativo da parte della Regione di rivisitare la non semplice e non univica mappa del territorio calabrese.

Anzi si è continuato ad andare avanti alla rinfusa, nel disinteresse e nell’abbandono, senza una definzione della prospettiva, trasformando la Provincia in una vera e propria terra di nessuno.

Su questo sfondo è avvenuta l’accelerazione impressa dall’inchiesta giudiaria che ha portato all’arresto dei vertici della Provincia con le conseguenze che ne sono scaturite.

Dopo tanto disastro, dopo tanta resistenza in difesa dei diritti dei lavoratori dipendenti, che ha visto sempre in prima linea l’Uil, bisogna ora ritrovare un supplemento di forza e di coraggio, per riprendere a lottare nei termini di una necessaria riappropriazione non solo dei diritti ma anche delle esigenze del territorio.

E’ chiaro che occorrerà pensare al più presto a un progetto di ricollocazione e rilancio  che tenga conto delle certezza delle risorse dello stato, di un diverso posizionamento del territorio.

Un percorso potrebbe essere quello di ripensare un Progetto Organico per la Provincia di Crotone che si riallaccia anche alle esperienze europee e globali dele cosiddette smartcity.

Indicare cioè un’area omogenea e coesa, che punta poprio alla determinazione di un nuovo assetto relazionale, non meramente chiuso nel rapporto popolazione e risorse spettanti, ma in quello qualitativo di prossimità di “cittadino-territorio-istituzione”, una provincia marca territoriale, a misura di coesione sociale, marketing e promozione territoriale delle qualità ambientali e di accoglienza.

Questo potrebbe significare approfondire il grado di sostenibilità di una città rete territoriale, composta dai piccoli comuni che fanno capo al comune capoluogo come capo bacino, integrando insieme le funzioni e i servizi delle 27 municipalità in una sola sede.

Vale a dire delineare un programma per un’aggregazione che abbia una sua precisa direzione, che potrebbe precisarsi via via ulteriormente, in base ai bisogni e alle richieste reali della popolazione, e di riflesso una specifica struttura organizzativa e giuridica, interdipendente e interconnessa, da un lato con il comune capoluogo, dall’altro con il Ministero degli Interni, direttamente con la Regione Calabria.

7 – RIAPRIRE IL CONFRONTO CON LA

REGIONE CALABRIA, SUPERARE I RITARDI,

AVVIARE UN DIALOGO PROFICUO E PERMANENTE

C’è bisogno di un nuovo Regionalismo con una vera dimensione europea.

Come sappiamo, constatiamo attorno a noi, pur essendoci inquietanti segnali involutivi, un preoccupante decadimento dei rapporti civili, si avverte anche una ripresa della partecipazione democratica con nuove forme di espressione e rappresentanza, un’enorme attesa di rinnovamento delle istituzioni regionali e locali.

A partire da questi segnali occorre promuovere e formare una più ampia e diffusa consapevolezza in tutta la Calabria di lottare contro gli egoismi, le chiusure corporative, l’individualismo esasperato, la guerra di tutti contro tutti, assecondando ancor di più il crescente bisogno di stare insieme per trovare le giuste soluzioni ai problemi, ritrovando il senso collettivo della comunità locale e regionale, dando una rinnovata e sicura direzione al nostro sviluppo.

Per far questo c’è bisogno di ritrovare le ragioni di un’identità e di un impegno collettivo regionale che si basa sul dialogo, rifondando la speranza civile dei crotonesi e dei calabresi, per fronteggiare una fase di passaggio nella quali si potrebbero aprire grandi potenzialità.

Ma non meno grave è il rischio in questa nostra Regione Calabria che si facciano passi indietro, che  si vanifichino le cose positive che si sono compiute in questi decenni.

La rifondazione della speranza civile e collettiva nei calabresi non è un’altra cosa rispetto ai problemi del Paese.

Anzi è e sarà il fattore e l’aspetto dirimente di un’Italia che è pronta a cambiare e a fare un salto di qualità e in avanti.

Rispetto alla possibilità di rilanciare l’Europa, affrontando in questa nostra Regione la più grande questione sociale ed economica irrisolta, e cioè la crescente disoccupazione, l’emigrazione di interi blocchi generazionali, il brutale diffondersi di nuove povertà, in particolare tra gli anziani e le donne, l’acuta crisi produttiva e sociale di intere province.

Se la politica calabrese si limita a reiterare questi problemi, più che un limite essa manifesta il fatto che non riesce più a nascondere la propria incapacità a risolverli, ma  continua a nascondere la natura più vera della crisi di cui essi sono sintomo.

Si tratta, infatti, di problemi che sono concretamente risolvibili solo attraverso una profonda mobilitazione collettiva; la quale ha come condizione essenziale il dialogo, l’assoluta convinzione che solo assieme è possibile correggere il corso delle cose.

Noi sappiamo bene, in realtà, che la disoccupazione resta il problema più drammatico per il crotonese e per la Calabria, perchè oltre all’assenza di lavoro, comporta un’intollerabile perdita di identità personale e sociale, aggravando, fino a renderli incontrollabili, i fenomeni disgregativi nella società e nello stato.

Ecco perchè la lotta alla disoccupazione non può che essere il principale impegno delle forze politiche democratiche e del movimento sindacale.

I punti della nostra vertenza devono diventare un’autentica bandiera della società civile, del mondo della cultura, delle istituzioni locali e dell’associazionismo, del mondo produttivo e di quella politica che intende starci.

Sarà necessario promuovere ulteriori approfondimenti, ancora confronti istituzionali, per esigere che le vicende dell’intera provincia di Crotone assumano una priorità che sta tutta nella drammaticità di alcune problematiche che rischiano di mettere in discussione la vita e la sopravvivenza delle persone oltre ad un sistema democratico in affanno sempre più evidente.

Ciò  che l’Uil di Crotone intende evidenziare, in perfetta sintonia con la UIL Calabria, è che la programmazione regionale deve essere rimodellata all’insegna della velocità, superando le lentezze e i ritardi, avviando un proficuo coordinamento tra Regione e parti sociali ed economiche, che miri a riposizionare la Calabria sia nel contesto geografico del Mezzogiorno che in quello del Mediterraneo, rimodulando  gli investimenti non più secondo il mero dato statistico quantitativo, relativo al peso delle province e delle città, ma cominciando a ragionare in termini di dorsali aggregate, vale a dire linea tirrenica e linea jonica, ormai ‘urbanisticamente’ addensate come un vero e proprio ‘continuum’.

8 – UN SINDACATO FORTE, UNITO E CONSAPEVOLE  

PER VINCERE INSIEME LA SFIDA DEI FUTURI ANNI ’20

Per “voltare pagina”, questa era la parola d’ordine che segnalava la presentazione del “patto per lo sviluppo” per determinare un livello di contrattazione più alto, meno piagnone e caritatevole, fondato sulla rivendicazione dei diritti essenziali di cittadini, lavoratori e famiglie, che ancora vogliono lottare civilmente e democraticamente e che ancora credono che l’interesse sociale debba traguardarsi nello sviluppo e nell’occupazione.

Essa vale ancor di più nel momento in cui ci apprestiamo ad entrare presto negli anni Venti del 2000, di questo nuovo secolo.

Un traguardo importante, impegnativo che ci deve vedere più che mai impegnati nel solco dell’unità e del rilancio dell’azione sindacale.

Sono certo che il sindacato continuerà ad essere, specialmente nel nostro Mezzogiorno, una presenza sociale, una fabbrica di progettualità innovativa al servizio dello sviluppo e della coesione di grande rilievo.

La sua azione organizzativa sarà tanto più significativa se ci dedicheremo fin da subito con diversa e rinnovata consapevolezza a stare nel sindacato insieme ai lavoratori, ai cittadini, alle parti dinamiche ed evolutive della società che cambia.

Sappiamo bene che ciò che è in gioco non è tanto la sopravvivenza e la continuità storica del sindacato bensì quella del senso e del significato che vogliamo dare al nostro ruolo nel futuro sociale ed economico dell’Italia degli anni ’20.

Nonostante la crisi e i ridimensionamenti produttivi il sindacalismo del crotonese in questi decenni ha saputo difendersi e andare avanti.

Esso rappresenta, nel contesto dell’associazionismo sindacale calabrese e del Mezzogiorno, un giacimento di esperienze e di  proposte molto importante e autorevole.

Con il nostro impegno, con tenacia e volontà, siamo stati capaci di trovare giuste soluzioni ai nostri modelli organizzativi abituali, adattandoci intelligentemente a molte situazioni specifiche e atipiche.

Rispettando, anzi rafforzando la dimensione verticale dell’appartenenza alle singole categorie, è necessario rilanciare,  anche con modelli organizzativi diversi, la presenza, la comunicazione, l’immagine e il ruolo territoriale del sindacato, facendo un passo in avanti rispetto al passato.

Sappiamo bene, infatti, che nel panorama sociale ed istituzionale del Mezzogiorno, le categorie sono più forti solo a patto che sia forte l’organizzazione orizzontale.

La direzione sindacale orizzontale è l’unica adeguata a svolgere le lotte per lo sviluppo, fondate sul più ampio coinvolgimento sociale e su una vasta solidarietà popolare, l’unica in grado di saldare organicamente la tutela dei lavoratori con l’ampliamento della base occupazionale.

Il nostro modello sindacale deve dunque aprirsi a una nuova fase di avanzamento, selezionando i temi e le battaglie, puntando sulla formazione di un ceto dirigente che sa agire in una società a mosaico, che deve operare per aumentare direttamente il tasso di coesione sociale, elevando contemporaneamente i livelli di integrazione economica e funzionale, in un sistema flessibile e a rete.

Per questo abbiamo creduto nel progetto di Sindacato a rete allorquando già dalla Conferenza di Bellaria del 2012  il nostro obiettivo è stato quello di rafforzare l’Organizzazione, ideando un Sindacato a rete snello e moderno, efficiente e flessibile,  rinnovando la Uil e le sue realtà di servizio nel loro insieme.

Un percorso che ci portò al Congresso di Roma del 2014 , dove siamo ripartiti uniti dando vita a con un confronto aperto e dialettico che ha rigenerato il clima della democrazia interna, lo stesso che sta ora suscitando una crescita complessiva ormai da tutti riconosciuta.

Sulla base di queste premesse la Uil guarda con fiducia al proprio futuro, convinti che saremo ancor di più determinanti nel trasferire agli altri le nostre proposte a favore di tutti i lavoratori rappresentati.

Noi abbiamo in questi ultimi venti-trenta anni svolto e compiuto un lavoro notevole, abbiamo affrontato un processo violento e sradicante come è stato quello della deindustrializzazione prima e della cancellazione delle autonomie locali pochi decenni dopo.

In un convulso susseguirsi di avvenimenti abbiamo risolto totalmente o parzialmente migliaia di singole vertenze, casi di sfruttamento, insicurezza ed emarginazione sociale.

Abbiamo svolto un ruolo eroico e insostituibile di assistenza, di tutela e di intervento, contribuendo sempre a ridimensionare posizioni di prepotenza e di notabilato, agendo in un ambiente avverso, operando drammaticamente in un contesto dove come ricorda anche la recente inchiesta sulle infiltrazioni mafiose nella Provincia e in vari comuni, si registrano pesanti e gravi fenomeni di criminalità organizzata.

Per l’Uil da questo percorso emerge una motivazione più forte e più lucida a rilanciare la presenza e l’azione del sindacato; incamminandoci nell’esperienza del dialogo e del confronto, affrontando le problematiche emergenti con interpretazioni adeguate e competitive, anche rispetto ad altri attori istituzionali e della concertazione.

Ciò che dobbiamo evidenziare è che nella nostra realtà crotonese il sindacato è da tempo una struttura sociale e associativa radicata nella storia e nel territorio, dunque una realtà matura che non può essere né sradicata né tanto meno accantonata.

Il sindacato crotonese e l’Uil in primo luogo devono riproporsi alla nostra società locale non solo come una solida voce del passato ma anche come un innovativo bene collettivo, una ‘infrastruttura’ associativa strategica e decisiva per disegnare e realizzare un diverso sviluppo economico e sociale delle nostre comunità.

L’unità sindacale è per noi un bene prezioso, una risorsa morale decisiva anche se i rapporti tra Cgil, Cisl, Uil hanno avuto nel corso degli anni un andamento spesso non proficuo.

Il nostro impegno è per un  rilancio sulla base di un esame critico di quanto fin qui si è fatto spesso più per facciata che non per convinzione e sostanza.

Consideriamo l’unità sindacale uno strumento necessario per raggiungere risultati immediati e duraturi, ma non dobbiamo mai ignorare la prospettiva del pluralismo di vedute, persino una diversità nelle sensibilità che  sempre può migliorare il merito delle questioni in discussione.

Per noi esperienza e memoria storica dell’unità sindacale restano un vincolo etico imprescindibile, che va rilanciato con nuovi patti, rinnovata professionalità, più adeguata e convincente comunicazione e consultazione tra i Segretari generali di Uil, Cgil, Cisl.

Nel nome e sotto il segno dell’autonomia  guardiamo sempre con attenzione al rapporto tra Sindacato e la politica, anche al fine di non confondere ma neanche di contrapporre due piani diversificati in metodi e finalità della rappresentanza e del governo a  ogni livello.

Siamo di fronte a una nuova legisltatura con tutti i rischi di “ingovernabilità”, purtroppo emersi dal voto, anche a causa di una legge elettorale inadeguata alla rapida evoluzione che caratterizza l’attuale scenario delle forze politiche in campo.

Molte sono le cose da cambiare nel sindacato stesso per essere all’altezza della nuova situazione.

Ma il problema principale per tutti noi rimane quello di dare un più valido significato all’azione collettiva e della vita sociale, che è la grande domanda che scaturisce in questa fase, cioè lavoro, dignità, sviluppo.

Per questo fin da subito lavoreremo per cambiare profondamente la nostra prospettiva rivendicativa che è la principale caratteristica del sindacato, non solo sul piano vertenziale ma anche sul piano della politica economica e sociale.

Ora diventa indispensabile e prioritaria la nostra capacità propositiva, il nostro modo diretto e sincero di relazionarci con il dialogo a favore degli altri, rappresentando chi sta in basso, la gente comune, chi di potere non ne ha o ne ha poco.

Dobbiamo cioè saper mettere meglio in evidenza che se il sindacato non è una realtà istituzionale, esso è allo stesso tempo un protagonista costituzionale di primo piano, la parte più attenta e avanzata della società civile, che arricchisce e completa la stessa vita istituzionale soprattutto quando questa rischia di trasformarsi in un mero e detestabile esercizio del potere da parte di pochi.

Solo così possiamo rimetterci in cammino ed essere in grado di avanzare proposte e progetti sul miglior uso delle risorse, sullo sviluppo qualitativo, compatibile e sostenibile del territorio, sul modo come determinare nuove occasioni di lavoro, come organizzare diversamente i servizi pubblici e sociali, come riorganizzare la città.

Per questo, andando verso gli anni ’20/30 del 2000, sono più che mai necessarie, alla Uil e al sindacato nel suo insieme, più capacità progettuali, professionali, analitiche e operative all’interno di un contesto sociale come quello del crotonese che non vuole abbassare la bandiera del lavoro ma tenere alto il profilo e l’identità di un popolo ancora una volta in lotta per il proprio domani di progresso e sviluppo.

Il ruolo del sindacato per la costruzione di un nuovo modello di società  si sostanzierà in una vera e propria missione innovatrice solo se saprà esprimere pienamente la sua forza progressista.

Viviamo in una situazione di crisi della democrazia,  dove la questione sociale emerge con caratteri forti e inediti, come una realtà fatta di un esercito immenso di senza lavoro, nel mentre  si ingigantiscono e diventato più violenti gli attacchi ai diritti e ai livelli di vita degli operai e del ceto medio.

Pertanto tocca ancora una volta al Sindacato riscoprire e interpretare un ruolo di protagonista nella sempre più avvertita richiesta di tutelare tutti i lavoratori colpiti dalla crisi, difendendoli per prospettare loro la possibilità di costruire insieme, nonostante le difficoltà esistenti, un diverso futuro.

Mai come in questo ciclo storico, andando verso gli Anni ’20, è nostro compito affermare con le idee, i valori e i fatti, che oltre la linea della difesa del lavoro, resta più che mai aperto l’orizzonte a cui aspiriamo, cioè quello di un nuovo modello di società basato sull’eguaglianza e la solidarietà, su nuovi equilibri economici e sociali, più umane e creative relazioni industriali, più moderno, nuovo e comprensivo assetto istituzionale.