È inutile girarci attorno, trovare facili alibi ed accampare scuse, diverse e più o meno credibili e convincenti: se il popolo è sovrano ed attraverso il suo voto o non voto, ha di fatto sancito che Crotone non avrà nessun rappresentante in Consiglio regionale, vuol dire prima di ogni altra ipotesi e valutazione, che nella nostra città ha perso la politica. C’è poco da fare. Poi naturalmente, ognuno è libero di vederla e di pensarla come meglio crede.

Una cosa appare però certa, a Crotone non ha vinto nessuno. E sottolineiamo, nessuno. Una classe politica che nella sua interezza non è riuscita a far eleggere un solo candidato in città, perché è di questo che si sta parlando, non può esimersi da fermarsi a riflettere su cosa poteva essere e non è stato, e soprattutto dove si è sbagliato.

E sulla scorta dei dati e dei numeri post voto regionale, bisognerebbe a questo punto dirottare le varie analisi in un’altra direzione, e cioè sul fallimento quasi totale della politica, di chi la fa o tenta di farla. E anche il tanto additato astensionismo, deve necessariamente essere interpretato come elemento negativo e di bocciatura nei confronti di chi si è proposto ai cittadini, evidentemente non abbastanza convinti e fiduciosi.

Urne sempre più vuote, e consenso che si è inevitabilmente spaccato e diviso in mille parrocchie, anche in quelle più impensate ed improbabili, ma possibili. Ci sta ed è sempre accaduto. Deprecabile o meno infatti, il trasversalismo politico, giusto o sbagliato che sia, è sempre esistito.

Non facciamo quindi finta di scandalizzarci perché qualcuno ci ha “fottuto” voti che pensavamo ci spettassero di diritto, perché non è così. Se Vibo, tanto per capirci, nonostante la tanto vituperata legge elettorale (la stessa per tutti), è comunque riuscita ad esprimere i suoi candidati consiglieri, e Crotone invece no, un motivo di fondo deve pur esserci stato.

E allora, molto probabilmente, è arrivato il momento di fare mea culpa ed autocritica, dimenticare tutto ciò che sinora è stato, voltare pagina e tornare a fare politica. Quella vera, quella che appassiona, quella che ti fa realmente credere in qualcosa, quella che unisce e non divide, quella che ti fa crescere e ti porta lontano. Quella che ci rappresenta, prima ancora di poter essere in grado di rappresentare i cittadini.

In un condominio, in un partito politico, al Comune, alla Provincia, alla Regione, a Roma, in Europa.