I tragici fatti avvenuti, e le prove poi raccolte dagli inquirenti, sono chiare ed inconfutabili:

Giuseppe Parretta è stato barbaramente e freddamente ucciso perché ha salvato i propri famigliari, evitando cosi una strage. Ma perché così tanto livore e forte risentimento da parte dell’assassino di Giuseppe nei confronti della mamma, Caterina Villirillo, presidente dell’associazione Libere Donne?

Proviamo a capirlo meglio, attraverso le corpose e dettagliate motivazioni in merito alla conferma della sentenza di ergastolo emessa nei confronti di Salvatore Gerace, rese note dalla Corte di Assise di Appello di Catanzaro.


Nelle 48 pagine delle articolate ragioni della decisione la Corte ricostruisce, con dovutezza di particolari, tutta la dinamica dell’evento omicidiario rispondendo ai rilievi che la difesa dell’omicida aveva sollevato con i propri motivi di appello.
La suddetta Corte, presieduta dal dott. Fabrizio Cosentino – giudice estensore – coadiuvato dalla consigliera D.ssa Abigail Mellace, ha confermato quanto, da sempre, sostenuto dai famigliari della vittima – difesi dagli avvocati Emanuele Procopio e Jessica Tassone del foro di Locri – Giuseppe Parretta ha agito per “..legittima difesa, nel tentativo di scongiurare quella strage che Gerace successivamente confermerà di aver avuto intenzione di realizzare e pagando, purtroppo, il suo coraggioso atteggiamento di protezione verso i familiari, con la vita.”

A tale decisione si giunge dopo un procedimento di secondo grado snodatosi in più udienze in quanto, al fine di fugare ogni dubbio circa l’esatta ricostruzione dei fatti e la reale attribuzione delle responsabilità, la Corte ha disposto la riapertura dell’istruttoria dibattimentale.
Nel corso della istruttoria suppletiva è stata escussa la dott.ssa Aquila, medico legale, che nel confermare il proprio elaborato peritale ha precisato che i colpi riscontrati sul corpo del giovane, barbaramente trucidato, sono stati quattro, ed il colpo mortale ha attraversato il torace ed è andato a colpire la regione ossea dietro il cuore, tant’è che all’esame autoptico, dall’interno del torace fuoriusciva del fumo.

La Corte si sofferma anche sul movente dell’omicidio che, per come l’avv. Emanuele Procopio aveva fatto emergere nel corso del dibattimento di primo grado, è stato individuato nel particolare livore di Gerace verso Caterina Villirillo, mamma di Giuseppe, che con la sua associazione – Libere donne di Crotone – provocava un via vai di persone, in alcuni casi anche legati ad ambienti istituzionali, e ciò ha messo in crisi l’omicida che vedeva, così, disturbata la sua attività di spaccio di sostanze stupefacenti.

Come si ricorderà la Corte ha anche disposto una consulenza al fine di valutare l’eventuale sussistenza, anche solo parziale, di un vizio di mente, che abbia potuto inficiare la condotta tenuta dall’imputato, ma da tale accertamento è risultato in maniera inequivocabile, per come hanno fatto emergere i dott.ri Mario Nicotera e Bernardetta Rosato – consulenti della parte civile – che Salvatore Gerace, si è dimostrato abile manipolatore della realtà tentando di simulare un, inesistente, grave disturbo psicopatologico.
E’ emerso infatti, che l’omicida ha agito con lucida freddezza, nelle piene capacità cognitive e volitive, tant’è che la Corte lo descrive come dissimulatore intelligente ed esperto nell’uso delle armi, e persino di aspetti legali e procedurali.
Conclusivamente, valutato che, per come emerso dal controesame effettuato in primo grado dall’Avv. Procopio, difensore di parte civile, il Gerace ha agito con premeditazione e con l’intendo di fare una strage.

La Corte di Assise di Appello di Catanzaro ha quindi confermato la sentenza emessa in primo grado, comminando l’ergastolo a Gerace Salvatore.