Riceviamo e pubblichiamo

Partiti con il buio, com’è diventata all’improvviso la nostra vita, perché Giuseppe portava la luce attraverso il suo sorriso. 

Viaggiamo verso Roma con mia madre e mio fratello per chiedere ancora una volta giustizia in Cassazione per l’omicidio di mio fratello, una mano armata dalla criminalità organizzata per distruggere non una vita ma quella di cinque persone, l’unica colpa per mia madre aver collaborato con la legalità e aver salvato gratuitamente tantissime vite che avrebbe dovuto salvare lo Stato. 

Fin da bambina ho sempre seguito mia madre nei suoi percorsi e nelle battaglie contro ogni tipo di violenza e di soprusi, dopo la morte di mio fratello mi sono trovata catapultata nel mondo degli adulti insieme a mio fratello Paolo, avevamo 16 e 12 anni, due minori a cui è stata regalata gratuitamente una scena di violenza vera e propria. 

Dopo quasi 5 anni sento ancora il freddo sulla mia pelle di  quelle aule di tribunale dove la giustizia ha permesso al nostro carnefice di calunniare me e mia madre e buttare fango sulle nostre vite e denigrare la figura di mio fratello.

È vero, siamo riusciti ad ottenere per ben due volte l’ergastolo, instancabili e grazie anche alla bravura dell’avvocato Emanuele Procopio. 

Per il forte stress a due anni dall’omicidio mia madre ha avuto un ictus ischemico cerebrale con emiparesi  destra, ma lei non si è mai arresa, io però sono dovuta diventare una mamma per mio fratello che per tre anni si è chiuso in se stesso e rifiutava di parlare di Giuseppe e per mia madre che purtroppo non riusciva a fare nulla da sola, all’improvviso con tutto il mio dolore sono dovuta diventare la madre di entrambi.

Il 2020/21 sono stati anni duri soprattutto perché ho dovuto affrontare durante il processo di secondo grado le aule e il carnefice si mio fratello sempre davanti gli occhi da sola, sostenuta dal mio avvocato.

Di questa esperienza mi porto l’amarezza e la consapevolezza che le vittime di reato sono sole e che le istituzioni non esistono, e che non è vero che i minori che subiscono violenza hanno un supporto, sono solo chiacchiere. 

Ho intrapreso da due anni ormai il percorso di giornalista proprio per gridare al mondo intero che le vittime sono sole, senza diritti.

Ho scelto non la strada della vendetta, ma la strada della legalità.

Voglio GIUSTIZIA per mio fratello Giuseppe, per mia madre, per mio fratello Paolo e per tutte le vittime di reato, urlerò forte a Roma tanto forte da spaccare i muri e andrò avanti fino ad arrivare alla Corte Suprema di Strasburgo per chiedere il riconoscimento di mio fratello che si è sacrificato per noi, un nuovo modello di uomo da imitare.

Benedetta Parretta 

Sorella di Giuseppe Parretta