

Crotone: venerdì 24 aprile 2026, l’atteso e fatidico giorno di presentazione delle liste, è ormai arrivato. E come sempre accade quando si avvicina una scadenza elettorale, gran parte della politica locale tira fuori dal cilindro delle “meraviglie” il meglio di sé: improvvisamente smette di focalizzare l’attenzione sulla città, e ricomincia, se pur sommariamente, a parlare di posti…
Non di programmi, non di idee, ma di collocazioni varie.
Non di visioni strategiche e programmatiche, ma di incastri tipo puzzle “scientifico”.
È la meravigliosa stagione dei tandem, delle primaverili migrazioni dell’ultima ora, dei candidati che non chiedono consenso alla città, ma “garanzie” alle liste, dei trasformisti per vocazione che cambiano casa politica con la naturalezza con cui si cambia tavolino al bar.
Più che una campagna elettorale sembra il mercatino del pesce, ma forse con meno trasparenza.
Il sindaco “apolitico” uscente e favorito, pare viaggi verso sei liste partitiche. Sei si. Un piccolo condominio politico dove ci sarà posto per tutti: sovranisti, moderati, civici, reduci e ricollocati. Più che una coalizione, una sorta di piano di edilizia popolare. Elettorale.
Dall’altra parte della barricata, il fantasmagorico “centrosinistra” arriva alle comunali con sole quattro liste, e dopo un parto che definire travagliato è quasi un complimento. Ritardi, tatticismi, tavoli su tavoli da arredarci casa, voci, controvoci, candidati trovati, persi e ripresi. Altro che campo largo, sembra più un cantiere senza un direttore dei lavori.
Certo, poi alla fine il candidato bene o male, che piaccia o no, è arrivato. Resta tuttavia una domanda, curiosa e impertinente: è nata una coalizione, o si è solo evitato il fallimento di un obbligato progetto elettorale?
Perché il vero problema non è il numero delle liste, ma che le liste stesse sono diventate il programma.
Si discute di chi entra, di chi esce, di chi emigra da una sigla all’altra in cerca di un “nido sicuro”, di chi porta con se la “dote”, di chi pretende un seggio prima ancora di un voto. La politica ormai, si è ridotta solo a logistica. E dentro questo “piccolo” e molto frequentato teatro, c’è pure il dettaglio surreale legato ai simboli. O presunti tali.
Alcuni spariscono dai banner pur avendo una storia, una presenza, una militanza. Altri invece restano appesi come icone votive, pur essendo politicamente poco più che insegne.
Quando la forma batte la sostanza. L’araldica che vince sulla realtà.
E forse è qui il punto.
La crisi della politica locale non è nei nomi improbabili, o nei professionisti della candidatura, quelli ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Piuttosto, sta nell’aver reso normale, e fatto passare per normale tutto questo. Nell’aver accettato che una coalizione sia un contenitore, che un simbolo valga più di un corpo politico, e che una candidatura sia una trattativa.
E intanto la sinistra (quella vera, se ancora esiste), continua a essere evocata come si evocano gli spiriti degli antenati. Con rispetto, ma senza frequentarla. La domanda allora resta lì, scomoda e fastidiosa: ma la sinistra dov’è? Perché se il centrosinistra finisce per somigliare, nei metodi, a ciò che invece dovrebbe combattere, il problema allora non è elettorale. È culturale. E non si risolve semplicemente con una lista (della spesa) in più.







